Pipì? Parliamone per sfatare il tabù

L’esperienza mi insegna che menzionare “pipì” in un discorso provoca sorrisini imbarazzati. Il semplice fatto di nominarla abbassa il livello della conversazione. La domanda mi sorge spontanea: un liquido che noi tutti produciamo ed espelliamo quotidianamente è ancora, nel 2015, un argomento tabù? Parliamone!
Anziché tirare lo sciacquone e dimenticarcene fino alla successiva sosta in bagno, dovremmo considerarla un fluido oro, non giallo. Storicamente è stato così, tanto che l’imperatore Vespasiano introdusse una tassa sulla raccolta dell’urina (di qui il detto pecunia non olet, “il denaro non puzza”). La pipì veniva infatti utilizzata in abbondanza per sbiancare i denti, fissare i colori alla lana e come anacronistico detersivo per smacchiare le tuniche, tutte pratiche che rimasero in uso fino al XIX secolo.
Risorsa inesauribile e abbondante, la pipì si è dimostrata adatta a sostenere stili di vita eco-sostenibili e sani.

A proposito di salute, c’è chi dice che l’uroterapia faccia miracoli. E che dire della pipì riciclata per produrre energia e di quella utilizzata come fertilizzante (leggi qui come trasformare l’urina in fertilizzante. Ancora dubbi? Leggi anche il contributo di Veganic Agriculture Network.
La pipì, inoltre, è fortemente legata alla politica. Vi sorprende? Pensate ai risvolti che il tema assume quando si comincia a dibattere questioni di gender e identità: un labirinto.
È, poi, anche un’arma. Già. Ci sono attivisti in vari Paesi del mondo che hanno fatto ricorso alla propria urina per segnalare rabbia e dissenso nei confronti di personaggi e progetti politici. Persino la famosa immagine della piccola peste Calvin che fa la pipì, (vedi qui lo sticker apparentemente innocente), è stata spesso usata per contestare svariate entità a livello sociale e commerciale: divenuta decalcomania, è stata modificata in modo tale che il flusso di urina di Calvin finisca direttamente sulla testa di Obama, ad esempio, oppure sul logo della Ford o un altro brand.
Infine, diciamocelo, seppure andare al gabinetto fuori casa è raramente una piacevole esperienza, ci sono delle questioni di design estremamente interessanti che riguardano la progettazione dei bagni pubblici. Donne, uomini, bambini hanno corpi differenti che richiedono strutture adeguate, per non parlare degli accorgimenti rivolti a persone con impedimenti fisici. C’è bisogno di privacy e anche di controllo, spazio, ma anche quantità, pulizia e rispetto per il prossimo – l’anonimato quando ci muoviamo in un luogo pubblico è per molti l’occasione di sentirsi esenti dal senso di responsabilità.

A questo punto credete ancora che l’argomento rischi di offendere il gusto e la morale comuni o siete pronti a ritrattare? Parliamone!

L'alternativa
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mercoledì 4 ottobre 2017