MIL: Miseria Interna Lorda

La storia di un povero e del suo impero

MIL: Miseria Interna Lorda

Nato a Gujarat, India britannica, nel 1928, (Abdul Sattar) Edhi vive a Karachi, megalopoli del Pakistan, cloaca di sindhi, baluchi, punjabi, pashtun, kashmiri, afgani, arabi, iraniani e africani in cui si trasferì, nel 1947, da giovane profugo dopo l’indipendenza del Paese.

Un povero tra i poveri. Coi poverissimi Edhi ci dorme. Li cresce, li lava, li veste, li ascolta, spesso li seppellisce. Ha una moglie infermiera, Bliquis, sposata dopo il due di picche di altre 7 donne. Cinque figli, tutti a dare una mano. Di suo, non ha stipendio, auto, proprietà, computer, telefonini, orologi. Niente. Parla solo l’urdu. Lo chiamano maulana, maestro. È paragonato a Madre Teresa di Calcutta e ogni anno lo candidano al Nobel per la Pace.

La sua unità di misura è la Miseria Interna Lorda. Il suo capolavoro: un Welfare unico al mondo, gestito dai poveri per i poveri, un impero del bene costruito dal nulla che, sessant’anni dopo, Edhi governa con una regola immutata: nulla per sé, tutto per gli altri.

Una montagna di offerte – dovere di ogni buon musulmano – ogni giorno gli arrivano sulla fiducia. Non ne accetta da stranieri e grandi organizzazioni. Solo pakistani e gente comune.

Una lista infinta di cose da fare per 3 milioni di bambini abbandonati, 40.000 neonati nel cassonetto, 80.000 malati di mente e aids, 350.000 volontari, 8 ospedali e decine di orfanotrofi, 2 banche del sangue, 3 gigantesche mense pubbliche, 250 centri per la protezione civile e la ricerca degli scomparsi, 5 scuole per infermieri, 20 centri d’aiuto femminile, 300 pompe funebri, 306 ambulatori, il più grande servizio d’ambulanze nel mondo, una rete per il soccorso stradale e in mare, 2 cliniche oncologiche, 4 centri di raccolta cibo e vestiti, servizi veterinari per animali maltrattati, botteghe della carità per gli emigrati e addirittura campagne d’aiuto in Afganistan, Somalia, Bosnia, Libano.

«Quando arrivai dall’India – ha raccontato in un’intervista – non sapevo fare niente. Dare senza pretendere era l’unico insegnamento dell’Islam che portavo con me. Mettere in pratica, con l’esempio, la parola di Dio, mi fa sentire degno di essere nato.»

E prosegue: «Non vado mai alla moschea. Avrei tempo per farlo, come no, mi sveglio la mattina alle 4 e mi corico la sera alle 8. Ma toglierei tempo ai poveri, a chi mi cerca per donare qualcosa. L’Islam dice che dobbiamo occuparci dell’uomo e io preferisco pregare con gli orfani. Il mio haji, il pellegrinaggio ai Luoghi Santi, è quello».

Per Edhi l’umanità non è un prodotto del supermarket con l’etichetta appiccicata: indù, sikh, musulmano, cristiano. «Le cinque più grandi religioni del mondo si occupano dei poveri con organizzazioni, palazzi, fondazioni. Queste cose servono solo a chi se ne occupa. L’unica religione è l’uomo.»

E al giornalista che l’ha intervistato:
«Tu dove dormi stanotte?»
«Mah, in un albergo…»
«E quanto paghi?»
«Centocinquanta dollari.»
«Lo sai con quei soldi ci possono mangiare trecento persone?»

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venerdì 6 ottobre 2017