L’abbraccio di Portland

Nonostante la sconfitta del regime dell’apartheid, anche dopo sessant’anni di lotte per i diritti civili ci ritroviamo ancora a parlare di discriminazione razziale.

La questione è stata tristemente riportata all’attenzione dell’opinione pubblica in seguito all’uccisione, da parte di un agente di polizia, del diciottenne nero Michael Brown a Ferguson, in Missouri, il 9 agosto 2014.
Micheal era disarmato, eppure nella sentenza del 25 novembre il Grand Jury ha assolto il poliziotto bianco Darren Wilson, che aveva scaricato sul ragazzo sei proiettili causandogli una morte quasi istantanea. La decisione della giuria ha sollevato numerose perplessità, convincendo molti che in alcuni Stati d’America la giustizia sia tutt’altro che priva di preconcetti.
Non siamo certo nella posizione di poterci eleggere ad arbitri della questione, in uno stato di diritto tali competenze spettano ai tribunali e le loro decisioni vanno accettate, ma citando − le parole del presidente Obama − «il problema non è solo un problema di Ferguson, è un problema dell’America», e io mi permetto di aggiungere: è un problema del mondo intero.
Contro la sentenza del Grand Jury sono scoppiate rivolte e manifestazioni di dissenso in tutto il mondo, ma un fatto particolare cattura l’attenzione e ci fa capire che la situazione attuale è insostenibile.

Il 25 novembre Devonte Hart, un ragazzino afroamericano di 12 anni si è recato con la sua famiglia adottiva ad una protesta contro le discriminazioni razziali organizzata a Portland, in Oregon. Devonte portava un cartello con scritto Free Hugs (Abbracci Gratis), sull’onda del movimento internazionale spontaneo che da qualche anno si è diffuso con lo scopo di offrire atti di gentilezza disinteressata, ma alla vista delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa è scoppiato a piangere, terrorizzato dalla possibilità di diventare vittima di comportamenti violenti per il colore della sua pelle − siamo veramente arrivati ad un punto in cui un bambino deve piangere di paura davanti a coloro che dovrebbero invece garantire la sua sicurezza?
La reazione di Devonte ha colpito il sergente Bret Barnum, che gli si è avvicinato chiedendogli perché stesse piangendo, alla spiegazione del ragazzino la risposta del sergente è stata: «Sì, lo so. Mi dispiace, mi dispiace», dopodiché ha chiesto se poteva ricevere un abbraccio anche lui.
Le foto del veterano delle forze dell’ordine che abbraccia Devonte in lacrime hanno fatto rapidamente il giro del mondo, ennesima conferma di quanto un semplice gesto possa significare più di mille parole ed ampollosi discorsi.
Nell’abbraccio tra Devonte e il sergente Barnum io vedo un’umanità che non si arrende, che ricorda il coraggio di Rosa Parks, la lotta del reverendo King e i sacrifici di Nelson Mandela.
A quanto pare non possiamo ancora considerare realizzato il sogno di Martin Luther King ma, nonostante i fatti di Ferguson, storie come questa ci fanno avvicinare sempre più alla meta.

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giovedì 5 ottobre 2017