La morte come motore della vita

È durante le discussioni più impensate che emergono le riflessioni più profonde o almeno che qualcosa che era dietro l’angolo, in ottemperanza a quel principio di ordine universale che con una brutta parola chiamano “serendipità”, ti colpisce.

Ieri sera mi è stato sottolineato come la morte, tema piuttosto macabro ed evitato, in realtà possa diventare per le persone un incentivo a spendere bene il proprio tempo e a vivere appieno la propria vita. Tralasciando per un attimo le connessioni con i temi ben più grandi di Fede, vita dopo la morte e simili, per i quali lo spazio di questo articolo non basta e la forza non so se mi sarebbe sufficiente, vorrei soffermarmi sul valore motivazionale di tale espressione. Sarebbe poi bello aprire un dibattito.

In primo luogo bisognerebbe sottolineare che il limite del fine vita è spesso concepito come un opprimente termine che arriva creando angoscia, non stimolando.

CLESSIDRA

In secondo luogo, ci si dovrebbe domandare: quanto il convincersi di qualcosa cambia la nostra percezione del mondo? Quanto il cambiare la nostra percezione del mondo può portare benefici in termini di carica, stimolo a vivere pienamente? Quanto è giusto falsare le nostre percezioni per raggiungere alcuni nostri obiettivi? Se, infatti, questa energia, che riceviamo dal nostro convincimento, ci aiutasse a crescere, non mettendoci in sterili gare competitive per la fama, senza dubbio ci sarebbe un’utilità. Sarebbe tuttavia opportuno credere che il mondo sia diverso da com’è – o anche solo considerarlo diverso – solo per ottenere quella maggiore carica?

Si potrebbe obiettare che convincersi a vivere meglio la propria vita perché si morirà non cambi la nostra visione del mondo. Eppure, a ben vedere, una simile convinzione cambia i nostri obiettivi, se ci induce ad agire in relazione ad essa e in una determinata maniera; cambia quello che riteniamo importante e, dato che non si può pensare che la decisione sulle priorità della nostra vita sia estranea all’analisi di come il mondo sia, essa coinvolge la stessa concezione di ciò che ci circonda.

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Si è ipotizzato che l’incombere della morte possa portare a valorizzare l’impiego del nostro tempo scegliendo di fare qualcosa in base ad esso, ma il non considerare il limite ultimo può portare a decidere di non far nulla o di far qualcosa di meno o di diverso: convincersi di qualcosa porta a scegliere diversamente.

A questo punto mi viene da concludere che potrebbe essere auspicabile falsare la nostra concezione del mondo, se ciò potesse portare una maggiore pienezza nel vivere. Ma questo esito (e la relazione che ad esso sottende tra utilità del risultato e modificazione di ciò che conosciamo del mondo) è sostenibile? Fino a che punto? Sarebbe bello sapere l’opinione dei lettori, poiché ogni opinione è un passo alla verità.

L'alternativa
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mercoledì 3 maggio 2017