Elogio della rabbia

Elogio della rabbia

Il viso si fa paonazzo, tutti i muscoli facciali si tendono, la giugulare pulsa a mille e i canini fanno capolino fra le labbra, un po’ come succede agli animali nel momento in cui vogliono impaurire l’avversario: questa è la maschera della rabbia – praticamente quello che succede a Hulk, ma senza tutto quell’antiestetico verde. E non a caso si è usato la parola ‘maschera’: secondo lo psicoanalista Wilhelm Reich (1897-1957) la rabbia «nasce dalla frustrazione ma maschera il dolore», una sorta di auto-difesa contro le avversità del mondo esterno.
Ecco spiegata la mole di ira repressa che ci portiamo dentro: anziché piangere per la frustrazione, accumuliamo rancore. E il fenomeno è talmente diffuso da essere diventato un vero e proprio status: siamo un po’ tutti incavolati neri. Ed è probabilmente per questo che mostrarsi arrabbiati è, politicamente parlando, un fattore positivo, di sicura presa sulle masse. Le piazze italiane hanno visto e vedranno un gran numero di leader o aspiranti tali, incavolatissimi contro tutti i santi: chi traduce la propria collera in fantasiose guerre di secessione da combattere con i padani fucili della Val Trompia, chi torna tutto d’un colpo a fare l’arrabbiato contro una casta del quale egli stesso è stato per vent’anni la punta di diamante, chi periodicamente unisce i propri fan in piazza per mandare a quel paese tutto e tutti… Insomma, il trascinatore politico è stizzito per antonomasia, proprio perché lo è il suo potenziale elettorato, arrabbiato di quella rabbia che non è individualistica né narcisistica, ma sociale – lo strascico di quella “rabbia antica” cantata da Guccini quarant’anni fa.
Ma il rancore urlato nelle piazze italiane pare sempre essere fine a se stesso: rabbia che genera rabbia, e nient’altro, ovvero quella rabbia repressa e senza immaginazione alla quale bisogna stare ben attenti, perché, come scriveva la Arendt ne La banalità del male, non è del diabolico urlatore che si deve aver timore, ma del pacifico inquilino della porta accanto. E allora il politico non dovrebbe essere quello che amplifica l’ira cittadina, bensì colui che la indirizza verso qualcosa di costruttivo. Poiché la collera, ritornando alla psicologia, non è altro che un’espressione concitata del nostro istinto di conservazione: non deve essere per forza demolitrice, al contrario. O meglio, riportando le parole della filosofa Luisa Muraro (Dio è violent, ed. gransasso nottetempo), la rabbia in politica dovrebbe essere usata «quanto basta per combattere senza odiare. Quanto serve per disfare senza distruggere».

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sabato 29 aprile 2017