225 euro e cinquanta centesimi

Ritrovarsi a inizio anno con una parola vecchia in testa non è il massimo. Eppure un ritornello ronza nelle mie orecchie sussurrandomi senza sosta «choosy, choosy, choosy»… Esserlo o non esserlo, è questo il problema? In fondo, procedere con la massima ponderatezza nel campo delle possibilità oggettive a propria disposizione significa semplicemente riconoscerci per ciò che siamo, senza esimerci dall’intravedere ciò che ancora possiamo scegliere di essere. To choose, appunto, eleggere una possibilità determinata con specifico riferimento all’oculatezza di tale scelta.
Facendo due conti, però, mi accorgo che nel periodo delle festività natalizie ho lavorato cinquanta ore in cinque giorni, così tanto da quasi non accorgermi d’essere entrata nel nuovo anno. La notte di San Silvestro ho dormito tre ore e, a separare quella soglia, c’erano quindici interminabili ore di lavoro da un lato e dodici dall’altro. Non credo mi si possa considerare una persona viziata e incontentabile. Sono in grado di adeguarmi all’inemendabilità del reale e mi rendo perfettamente conto che al momento ciò significa anche accettare di lavorare come cameriera in uno dei numerosi hotel di lusso della zona in cui vivo.
Il termine choosy, questo va detto, non significa tanto “fare i difficili” quanto ritenere un proprio diritto possedere un ampio ventaglio di opportunità. Ma rendersi conto che è proprio questo ciò che la situazione attuale non prevede non deve e non può significare rinunciare al proprio ragionevole buonsenso, abdicando ad una delle determinazioni fondamentali della nostra libertà: la capacità di selezionare da un campo di preferenze competitive quella ritenuta migliore, accompagnando tale scelta con il pensiero riflessivo tipico della specie umana.
Non è stata però l’analisi della stratificazione linguistica di questo termine a farlo balenare all’improvviso nella mia testa a caratteri cubitali. Ciò che invece ha scosso la mia coscienza, portandomi a interrogarmi sui concetti di libertà, scelta e possibilità nella loro correlazione alla condizione condivisa attualmente da una moltitudine di persone, è stato l’importo del Buono Lavoro consegnatomi come compenso per la prestazione di “lavoro occasionale accessorio”: 225 euro e 50 centesimi. Quattro euro e cinquanta all’ora.
Ho rifiutato spesso occasioni professionali appetitose perché non prevedevano alcuna forma di retribuzione e rimborsi imbarazzanti. Non posso accettare di lavorare gratis. Ma sentirmi rispondere che «la situazione è questa, prendere o lasciare» è stato davvero troppo, soprattutto di fronte al dubbio più che legittimo che forse 4 euro e mezzo all’ora per un lavoro festivo e notturno siano un insulto. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, trasformandomi in una “ragazzina” capricciosa e questa volta sì, choosy. Perché va bene accontentarsi, ma subire la «cortesia» beffarda dello sfruttatore al momento del misero compenso, schiavizzandosi supinamente, questo preferirei di no.

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mercoledì 4 ottobre 2017