Una storia vera sulla magia della vita

La storia del Cammello che piange è un documentario del 2003 girato nel deserto dei Gobi, nella Mongolia del Sud. Il racconto non riserva picchi narrativi eccelsi, ma la semplicità con cui viene sfogliata la biografia di una famiglia di allevatori nomadi è sorprendente. La simbiosi fra le persone che mettono a disposizione la loro casa a coloro che gli hanno chiesto ospitalità per ascoltare la loro storia, unisce armoniosamente i due poli – uno davanti e l’altro dietro la telecamera – che assieme danno uno spaccato reale della Mongolia attraverso il racconto della quotidianità di una famiglia nomade.

È un film a quattro mani, firmato dal regista italiano Luigi Falorni e dalla regista mongola Byambasuren Davaa. I due hanno osservato con naturalezza le giornate da dentro, fuori e attorno a una tenda tipica dei nomadi di quelle zone ponendo l’attenzione sulla vicenda di un giovane cammello che viene rifiutato dalla madre fin dalla nascita.
Un fatto triste che non invade però l’intera vicenda, ma alterna la narrazione di tradizioni e culture del Paese orientale di Gengis Khan.

Quello che ne esce è un quadro intimo che dura 87 minuti e che esprime la profondità di un popolo che non è stato ancora contaminato da nessuna pubblicità moderna. Dico ancora perché attraverso un aneddoto sulla potenza televisiva che cattura l’incanto di un bambino, il lungometraggio fa intuire che l’ultima generazione della Mongolia inizia ad annusare l’odore di illusorie felicità materiali. Quelle che hanno reso in realtà l’uomo moderno scontento, attaccato a ciò che appare ai sensi e incapace di rimanere immune dai desideri artificiali che lo rendono cieco davanti alle meraviglie naturali del mondo.

La sofferenza dell’abbandono che vive il cucciolo di cammello, strettamente connessa con la pena della madre che non riesce ad accettarlo, viene curata attraverso la musica. Non a caso lo spirito sciamano della Mongolia considera il canto come un canale preferenziale per connettersi con il mondo interiore e far uscire la propria anima. Uno strumento potente che attraverso le sue vibrazioni cambia il cuore di chi verrà, o vorrà essere colpito.

«È una storia vera sulla magia della vita» che – e lo affermo per esperienza – in Mongolia è resa possibile grazie alla fede del suo popolo che non ha mai smesso di dare valore e significato alle tradizioni e ai rituali ad esse connessi.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017