Transformers 4: l’estinzione secondo Michael Bay

Con un cast umano tutto nuovo e mastodontiche new entries sul versante robotico il primo episodio della nuova trilogia che funge da reboot dell’intera saga cinematografica dei Transformers si presenta come il più lungo in termini di durata (ben 164 minuti) e, conti alla mano, il maggior incasso italiano rispetto ai tre precedenti (dati Cinetel), a dimostrazione di quanto seguito abbia ancora nel nostro Paese lo sferragliante scontro tra i buoni Autobot e i temibili Decepticon.

A sette anni dall’esordio, con Transformers 4 compie una mezza rivoluzione affidando a Mark Whalberg, Stanley Tucci, Titus Welliver e Nicola Peltz il compito di sostituire l’originale gruppo di interpreti tra cui Shia LaBeouf, Megan Fox (poi rimpiazzata da Rosie Huntington Whiteley per divergenze creative), John Turturro e Josh Duhamel. Dietro la macchina da presa, ancora una volta, probabilmente il miglior regista d’azione degli ultimi vent’anni: Michael Bay (Bad Boys, Armageddon, Pearl Harbor, The Island, Transformers 1, 2, 3). Criticato in patria e oltreoceano per presunti limiti a livello di scrittura, Bay adora il ritmo incalzante, i colori saturi, le esplosioni e le storie di uomini qualunque alle prese con problemi impossibili e situazioni al limite. Uno stile roboante e adrenalinico, definito ironicamente dagli addetti ai lavori Bayhem, che in questo ultimo film raggiunge, se possibile, un livello ancora più estremo in un tripudio visivo che generosamente riempie ogni inquadratura di movimento, colore, muscoli, fuoco, acciaio. I dettagli estremamente definiti dei robot (grazie al fondamentale lavoro della Industrial Light & Magic di George Lucas) e la scelta di introdurre i Dinobot (robot che si trasformano i dinosauri piuttosto arrabbiati), oltre che funzionale alla trama, rende il tutto ancora più chiassoso e dirompente.

Uscito nelle sale all’inizio dell’estate Transformers 4, un po’ come i precedenti, ha paradossalmente proprio nei difetti i suoi principali punti di forza: di solito chi ama questo genere di cinema sa bene quanto è lecito pretendere dal racconto, dalle interpretazioni, dalle soluzioni narrative; così tutto è sacrificato in virtù dell’intrattenimento e dell’azione, tra lo sfavillante luccichio di potenti auto fuoriserie e fanciulle da ammirare e inevitabilmente salvare. Sfiorata all’ultimo istante l’estinzione è già stato annunciato per il 2016 il sequel. Lunga vita al Bayhem.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017