Tra il dire e il fare: nel mezzo, la cultura

Tra il dire e il fare: nel mezzo, la cultura

Nel Bel Paese si fa un gran parlare sul modo in cui debellare la crisi e ricostruire la Repubblica – o Impero, secondo la prospettiva da cui si guarda l’attuale governo. I più volenterosi gridano alla Cultura come unica, possibile risalita, tanto che periodicamente s’alza uno sciame di voci, opinioni e turpiloqui, cui non seguono che tagli. Ebbene, qui a New York, viceversa, il dibattito sulla cultura si esaurisce con il “fare cultura”. La Mela, la Grande mela. Un morso all’Italia farebbe bene, in fatto di Cultura – e noi italiani di Cultura ne abbiamo in ogni forma. Perché qui, a New York, la Cultura si abita come fosse la sola casa in cui trovare ristoro durante l’insostenibile battaglia al capitalismo, all’individualismo. Perché qui, nella Mela, non si parla di Cultura: si fa Cultura. E la si fa in ogni angolo, lungo le avenue, per le strade, a due passi dalle stazioni, nei grandi parchi. Non che tutto questo sia gratuito, ma la città di New York sa bene quanto l’arte, la musica, la poesia, la Cultura tutta, qualsiasi declinazione essa abbia, è quel che stana dagli appartamenti e dalle proprie solitudini. Una spinta al futuro e all’economia, una contagiosa gioia di vivere che fa metter mano al portafoglio e alimenta la creatività. In una parola: agevola il progresso. Risolleva alberi laddove questi sembrano essere caduti. Gli americani, si sa, discutono ben poco. Sono pragmatici, gli americani. Dote positiva in taluni casi, in altri disgraziatamente meno. Eppure, sanno bene che senz’arte, senza quel “contagio d’amore” diremmo noi europei, una mela non può che restare seme. Senz’arte, direbbero gli americani, quel seme non darebbe frutto. In Italia ancora si fatica a comprendere quanto e come l’Arte possa “fruttare”; come la Cultura, in qualsiasi forma, che abbia il suono delle note di Puccini o le movenze di Carla Fracci, che s’avviti nei moti ascensionali di Guido Reni o si racconti nelle parole di Fenoglio o nelle poesie di Fortini, sia “fare”, sia “costruire” nella fondamentale condivisione di valori della società civile; quanto in questi due verbi – “fare” e “costruire”, cui aggiungerei il terzo “investire” – si esaurisca il dibattito logorante e sempreverde sulla questione culturale del nostro Paese. Quanto l’arte, infine, sia mettere un uomo sopra l’altro per intraprendere, secondo cime etiche ancora distanti, il cammino nuovo dell’esistenza.

Cultura
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giovedì 5 ottobre 2017