THE GOOD LIFE, il racconto di tre italiani che hanno scelto l’India come loro nuovo inizio

Niccolò Ammaniti vola in India e diventa regista

The Good Life è lo straordinario risultato artistico di un viaggio compiuto in India da uno dei più amati scrittori contemporanei italiani. Per la prima volta, Niccolò Ammaniti (Io non ho paura, Come Dio comanda, Io e te e Che la festa cominci, per citare solo quattro dei suoi capolavori) mette da parte i panni di scrittore per indossare quelli di regista. E l’esperimento gli riesce bene, visto che le vicende raccontate all’interno della pellicola (distribuita in DVD) parlano, in realtà, di ognuno di noi. Noi che la mattina ci svegliamo presto, facciamo colazione, accompagniamo i figli a scuola, prendiamo la macchina, il treno o il pullman e timbriamo il cartellino con il respiro corto, per essere riusciti ad arrivare puntuali un’altra mattina. Esistenze tranquille, banali, a volte noiose nel quale il cambio di rotta, come ci dimostrano i protagonisti delle tre storie filmate, è sempre possibile, anche se azzardato.

A dare il via a The Good Life è Baba Shiva, che alle quattro e mezza esce di casa e si immerge nel Gange. È arrivato a Benares negli anni Settanta su un pulmino, scappando dalla leva militare. L’India lo ha accolto e gli ha insegnato che la vita è più facile di quello che sembri e che la tolleranza è la regina di tutte le virtù.

La camera si sposta poi sul nomade Eris, che − dopo aver attraversato l’Asia per una vita, seguendo le stagioni con a carico moglie, figli e cavalli − ha trovato sull’Himalaya il posto dove finalmente fermarsi. Lì, su un costone di erba verde, ha costruito un villaggio di pietre e legno con la determinazione di un imprenditore veneto e l’ispirazione di un asceta sadhu, avvalendosi di undici operai strappati alla criminalità.

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Ma la chiusa tocca a Baba Giorgio (il volto in copertina) che, sebbene sia il personaggio più buffo dei tre, ci racconta l’esperienza forse più estrema. Scappato di casa a tredici anni, seguendo delle voci che gli dicevano di recarsi in India, ha attraversato due continenti per poi arrivare in un paesino polveroso ed affollato di scimmie. Qui, dopo una lunga iniziazione, è diventato il custode del tempio locale.

Vi saluto con le parole di Niccolò Ammaniti: «Io racconto storie inventate dalla prima all’ultima parola. In questo caso, andando dietro la macchina da presa, quello che mi interessava fare era l’opposto: raccontare il nostro Paese, gli anni Settanta, attraverso lo sguardo obliquo di chi li ha vissuti e ora vive lontano».

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sabato 29 aprile 2017