Storie di straordinaria immigrazione

Roma. Siedo sugli scalini di una fontana di Trastevere a bere un bicchiere in compagnia di amici. La temperatura è quella perfetta di fine maggio e l’ambiente intorno a noi brucia di eccitazione per l’avvicinarsi dell’estate.

D’improvviso una voce interrompe il nostro allegro chiacchiericcio da fine serata, «Buonasera visi pallidi». Alziamo lo sguardo e incrociamo quello di un ragazzo di colore, uno dei tanti che vagano per le strade delle nostre città. Uno di quelli che ti propone ogni sorta di aggeggio e cianfrusaglia − questo in particolare vende libri, ma a noi poco importa.
La nostra risposta anticipa la sua domanda ed educatamente lo respingiamo come siamo oramai abituati a fare con tutti quelli come lui: «Grazie, non ci serve niente». Il ragazzo ha però la lingua pronta e riesce ad attirare la nostra attenzione. Parla l’italiano con un’eleganza imprevedibile ed allo stesso tempo esaltante, utilizzando un vocabolario degno di un laureato. Sgraniamo gli occhi ad ogni sua giravolta lessicale e nel giro di pochi istanti ci conquista e ci racconta la sua storia.

È un immigrato, uno fra tanti, uno di quelli venuti con le barcacce del mare per provare a dare un futuro e una vita migliore alla sua famiglia. È arrivato in Italia nel 1998 e da allora ha fatto il vu cumprà. Ha una particolarità però: in Senegal ha studiato e da allora ha sempre avuto una passione per le parole e la scrittura. Infatti, il libro che ha in mano e che vuole venderci l’ha scritto proprio lui. Ci spiega che si tratta del racconto del suo ritorno in Africa e del rapporto degli immigrati con l’Italia. Al termine del suo monologo, esplodiamo in una corale dimostrazione di apprezzamento e, in men che non si dica, mettiamo mano ai portafogli per appropriarci del suo libro.

Nel suo breve racconto Mamadou tocca un tema ancora poco affrontato. In questa epoca di grandi migrazioni, il dibattito in Occidente è concentrato su quello che per noi è un dato di fatto: loro, gli immigrati, vogliono venire da noi. Non ci sfiora invece mai l’idea che, una volta messo piede sulle nostre coste, molti migranti vengano travolti da una profonda nostalgia e che nel corso degli anni il loro obiettivo diventi quello di tornare da dove sono venuti. In Yoonwi. Ritorno alle radici in Senegal, Mamadou Bamba Toure parla proprio di questo. Racconta la gioia di poter riabbracciare i propri affetti e rivedere i luoghi in cui è cresciuto ed, infine, lo sconforto di dover lasciare nuovamente quella dimensione tanto amata.
La storia di Mamadou conferma l’idea che il miglioramento sostanziale delle condizioni di vita in Africa e nel Medio Oriente rallenterebbe il flusso di migranti ed, anzi, probabilmente lo invertirebbe. Di fronte a questa situazione, rimane la certezza che è responsabilità della politica incentivare il ritorno a casa dei migranti, investendo pesantemente nel futuro di un continente fertile ma costantemente violentato. Purtroppo, è proprio qui che la politica si dimostra latitante.

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Cultura
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giovedì 27 aprile 2017