Stoner Rock. Identità e attitudine sottotraccia

Nel panorama rock contemporaneo pare non esserci mai un posto in prima fila per alcuni generi. Nonostante un appeal anche spiccatamente “pop”, hanno sempre vagato sottotraccia, raccogliendo buoni risultati, ma mai sufficienti per attirare le grandi case discografiche o il popolo di internet.
Il caso più esemplificativo è lo stoner rock (o metal), genere liquido e ampio ma ben caratterizzato per identità, estetica e attitudine.
È possibile rintracciare nella cult band dei Black Sabbath e nel filone doom metal degli anni ’70 (Cathedral e Saint Vitus su tutti), i primi vagiti dello stoner, come verrà poi ribattezzato negli anni ’90 con il successo degli Sleep e dei Kyuss. Il genere trova un proprio antenato nel metal più lento e cupo che, a partire dall’esordio (1970) della band di Ozzy Osbourne, contaminò la musica heavy del decennio. Dal punto di vista attitudinale la voglia di suonare tanto, forte e dritto unita a un’innata propensione al “cazzeggio” sono forse le caratteristiche base mutuate dagli anni ’70 fino a oggi.

Convenzionalmente la nascita dello stoner viene fatta coincidere con l’uscita, siamo a inizio anni ’90, dei primi lavori dei Kyuss di John Garcia e Josh Homme. Il gruppo, formatosi qualche tempo prima a Palm Desert (California) mescolò nella propria musica l’attitudine vintage e la forza delle distorsioni dei ’70 con l’acid rock e la psichedelia di fine ’60 in un calderone condito di sana melodia rock che, apparentemente, avrebbe potuto lanciare la band in top ten.
La storia, si sa, però è beffarda. In quel periodo, il grunge dei Nirvana catalizzò tutta l’attenzione mediatica su Seattle, lasciando liberi di esprimersi e suonare ciò che volevano i californiani e, quindi, favorendo l’uscita di un disco ostico e fenomenale allo stesso tempo: Jerusalem (1999) degli Sleep. Vera e propria opera stoner: il disco si compone di un’unica traccia di circa un’ora di durata che concentra gli elementi del genere in una nube di suono ammaliante e ipnotica. L’evoluzione del “rock desertico” era, dunque, avvenuta: da potenziale successo rock a culto di nicchia.

Negli ultimi dieci anni il genere ha visto l’uscita di molti lavori fondamentali e ha riscosso successo anche al di fuori dei confini U.S.A. Questo, in primo luogo, grazie anche alla nuova creature di Josh Homme, i Queens Of The Stone Age. La visibilità ottenuta ha contribuito, da una parte, alla riscoperta dei classici e all’emersione dall’anonimato di band culto come Karma To Burn, Fu Manchu e il John Garcia solista e, dall’altra, all’ascesa di band contemporanee quali Red Fang e Black Tusk.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017