Stoner: la storia straordinaria di una vita ordinaria

John Williams

Ammetto di averlo scoperto solo all’undicesima ristampa. Ogni tanto leggevo delle fascette editoriali promosse da Niccolò Ammaniti, Bret Easton Ellis, Paolo Giordano, Gabriele Romagnoli. Per carità, tutti nomi di un certo livello. Ma io ho un problema: non mi sono mai fidato delle fascette editoriali. Puzzano. Allora rimandavo l’appuntamento. Finché sono diventate così tante (ancora: Tom Hanks, Ian McEwan, Emanuele Trevi, Mario Fortunato, Irene Bignardi), che mi sono detto: «Adesso basta». Proprio così, con lo stesso tono di un anziano signore scocciato dai rumori provocati dal pallone di alcuni ragazzini, alla controra. E l’ho letto.
Il bello è che l’ho letto tre volte, e adesso, se penso a William Stoner (il protagonista del romanzo), non posso evitare di farmi salire un brivido caldo lungo tutta la schiena. È il brivido carico di commozione che si può provare solo davanti al racconto di vite straordinarie. E qui casca l’asino. Perché Stoner non aveva affatto una vita straordinaria. Al contrario. Mi spiego meglio. L’esistenza di Stoner può racchiudersi in una sola frase: un ragazzo nasce, va all’Università e diventa un Professore. Poi si sposa, ha una figlia, si ammala e muore.
Eppure è una delle cose più sorprendenti che vi capiterà mai di leggere. Non solo per la storia in sé (la dimostrazione di come anche la vita apparentemente più vuota possa significare tantissimo), ma per lo stile con il quale viene narrata. Uno stile limpido e pulito, ma profondo al tempo stesso, che raramente troverete in un altro autore. Sperando vivamente che non ne traggano un film, vi invito a comprarlo (non emulatemi, facendo aspettare la ventesima edizione) e vi saluto con il periodo più bello del libro, si trova a pagina 46:

«Vi fu un lungo silenzio e Stoner pensò che Sloane avesse chiuso il discorso. Ma appena si alzò per andarsene, il professore parlò di nuovo. Disse lentamente: “Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo. Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali di storia. Se ne ricordi, al momento di fare la sua scelta”». Che dire… giù il cappello.

Cultura
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sabato 29 aprile 2017