Sherlock Holmes di Guy Ritchie

La riscoperta di un mito

Sherlock Holmes di Guy Ritchie

Le avventure di Sherlock Holmes, il detective nato dalla penna di Arthur Conan Doyle, sono state adattate per il grande schermo innumerevoli volte, tanto che Holmes è diventato il personaggio letterario più sfruttato dal cinema (60 cortometraggi nella sola epoca del muto).

Nel 2009, proprio quando sembrava non esserci più interesse da parte del pubblico per l’investigatore, il regista Guy Ritchie e il produttore Lionel Wigram sfornano il loro Sherlock Holmes, il cui successo porta al sequel del 2011 Sherlock Holmes – Gioco di ombre. Bisogna dunque sottolineare come il recupero del personaggio sia stato quasi un rischio: serviva, infatti, un’idea per adattarlo agli spettatori di oggi, per dargli una ventata di freschezza e farlo apparire come “nuovo”, nonostante il secolo di storia cinematografica sulle spalle. Ci si può sorprendere allora nel vedere un Holmes “reinventato”, come non lo si era visto mai prima.

Ed ecco il nocciolo della questione: il personaggio è stato definitivamente rovinato e snaturato? Secondo alcuni sì, per altri invece no. Holmes è una figura che ha sempre vissuto di stereotipi e luoghi comuni, come il berretto da cacciatore di cervi, la mantellina Inverness, l’onnipresente pipa ricurva in bocca, l’intercalare “Elementare, Watson!”. Ma sono stereotipi di origine teatrale, inventati dall’attore americano William Gillette, agli inizi del Novecento e non hanno nulla a che fare con i racconti di Doyle.

Tutto ciò scompare giustamente nei film di Ritchie, dove invece si lavora per recuperare le origini del personaggio e restituirne un’immagine più fedele. Il fare di Holmes un personaggio d’azione, per esempio, non è per niente ingiustificato, perché fin dal primo romanzo Uno Studio in Rosso, Watson ci descrive le sue abilità di lottatore, pugile e schermidore. Viene poi finalmente reso paritario il rapporto Holmes/Watson. Se nei film precedenti Watson era la spalla un po’ sciocca, qui torna ad essere amico fraterno e supporto significativo alle indagini, che pur restando un passo indietro in quanto a genialità all’amico, detiene una personalità forte, capace di criticare e di ironizzare sui comportamenti più eccentrici del detective.

Nonostante le apparenze possano ingannare, gli autori del film non hanno voluto sfruttare un complesso personaggio letterario per costruire l’ennesimo Blockbuster adatto al grande pubblico, ma hanno compiuto un’ottima operazione di rebooting che tradisce una profonda conoscenza degli scritti di Doyle. Sta ora al pubblico di appassionati riscoprire il mito dell’Holmes originale, andando a rileggere i suoi indimenticabili racconti.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017