Riparare i viventi

L'ultimo romanzo della scrittrice francese Maylis de Kerangal

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Maylis de Kerangal, Riparare i viventi, Feltrinelli, 224 p.

Simon, Johan e Chris, i tre Caballeros, si svegliano una mattina ben prima dell’alba per andare a fare del surf. Il meteo è ideale, la loro passione è più forte che mai, niente li può fermare, neppure il gelo invernale, in fondo sono solo poche ore. Sulla via del ritorno, un colpo di sonno e uno di loro viene scaraventato fuori dal parabrezza: il pulmino su cui viaggiano ha solo le cinture per i passeggeri a fianco del finestrino. Sono queste le scene iniziali in cui si viene letteralmente proiettati dalla scrittura di Maylis de Kerangal. Uno stile che avvolge il lettore e lo trasporta, lo coinvolge in una lettura mai appesantita dalla ricchezza necessaria dei dettagli né dalla lunghezza delle frasi, che, peraltro, ricordano molto Proust.

L’ultimo romanzo dell’autrice francese si intitola Riparare i viventi, una frase che il lettore scoprirà essere tratta dall’opera teatrale Platonov di Anton Čechov: «Che fare Nicola? – Seppellire i morti, riparare i viventi». Maylis de Kerangal accompagna il lettore in ogni parola del suo testo, si parte dall’uscita in surf, dal viaggio in macchina, poi lo schianto. In seguito il ritmo del libro si mantiene in alcuni momenti elevato, l’ansia aumenta quando entra in scena prima la madre e poi il padre del ragazzo, le immagini si susseguono in rapida sequenza. In altri momenti la narrazione sembra rallentare, ma è solo per poco e ad ogni modo la lettura è veloce e spinge a non fermarsi mai.
Leggendo questo libro si ha la sensazione di trovarsi nel medesimo luogo descritto dalle parole dell’autrice, per esempio, quando viene narrata una parte della storia tra Simon e Juliette, in cui lei gli presenta il suo progetto per la prova finale di arte plastica alle superiori: un labirinto tridimensionale all’interno di una cassa di plexiglas. Lo guardiamo anche noi con Simon, che perplesso le chiede se si tratta di una ricostruzione del cervello. In quel momento siamo lì con loro, intrufolati nella loro intimità. Maylis de Kerangal intreccia la sua storia con quelle dei medici che prendono in cura il ragazzo ferito, narra le loro storie, nonché quelle degli infermieri (ci troviamo anche noi in quel vicoletto al buio con Cordélia Owl), degli attori ingaggiati per recitare le parti dei malati nei corsi di medicina e dei chirurghi che intervengono per asportare gli organi. In fondo è proprio di questo che si tratta: il romanzo parola dopo parola termina infatti con il racconto di un trapianto di cuore.
Non mi resta che augurare una buona lettura di Riparare i viventi, un libro in grado di regalare una moltitudine di sensazioni in tutte le fasi della sua narrazione: dalla passione per il surf dei ragazzi, all’ansia dei genitori dopo l’incidente, alla sicurezza trasmessa dal chirurgo e molto altro ancora.

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giovedì 27 aprile 2017