Per sempre, Robin Williams

Per sempre, Robin Williams

Volutamente decido di lasciar passare del tempo prima di scrivere di Robin Williams. Mi serve per raccogliere le idee, concentrarmi sui ricordi, rassegnarmi al fatto che non ci sia più.
Naturalmente non l’ho mai conosciuto − come avrei voluto − però ho visto tutti i suoi film, riso alle sue battute, apprezzato la sua arte, il suo essere artista e mai personaggio.
Robin Williams è stato un grande attore, istrionico, dalla fisicità dirompente e dall’incredibile espressività. Genio dell’improvvisazione, esordì artisticamente nei primi anni ’70 nelle famose stand-up comedy statunitensi, vere e proprie palestre della comicità, per trovare (nella tv prima e nel cinema poi) la definitiva consacrazione.
Per chi come me è cresciuto tra gli anni ’80 e ’90, il suo nome è indissolubilmente legato a personaggi incredibili e divertenti come, nell’ordine: Peter Pan (Hook, 1991), Mrs. Doubtfire (film omonimo, 1993), Alan Parrish (Jumanji, 1995). Col tempo è stato naturale recuperare la visione delle pellicole più datate − e impegnate − come Good Morning, Vietnam (1987), La leggenda del Re pescatore (1991) e su tutte L’attimo fuggente (1989) con il toccante discorso del professor John Keating − un’interpretazione che da sola vale una carriera.
Con il passare degli anni la sensibilità artistica di Williams si evolve tanto da spingerlo sempre più ad accettare ruoli in cui non debba essere solo la sua verve a caratterizzare il personaggio: pensiamo al bellissimo Will Hunting (1997, con questo film Williams vince l’Oscar come miglior attore non protagonista), al biografico Patch Adams (1998), all’onirico Al di là dei sogni (1998). Si dice che gli attori comici spesso siano i più adatti a interpretare ruoli drammatici e ciò trova conferma in One Hour Photo (2002), Insomnia (sempre 2002) e The Final Cut (2004), tre opere in cui Williams dipinge con straordinaria credibilità personaggi disturbati, pericolosi e ambigui. In ogni caso, la passione per la commedia leggera ha ugualmente modo di esprimersi sia in opere minori che in film commercialmente di successo come la trilogia di Una notte al museo, il cui ultimo episodio uscirà tra poco, purtroppo postumo.

Tornando alla cronaca, ciò che mi stupisce sempre in simili circostanze è l’assoluta incredulità delle persone (parenti e amici) che più di tutte avrebbero forse potuto notare i segni di un cedimento psicologico, tale da condurre un uomo così amato e apprezzato a cercare l’isolamento per compiere un gesto tanto disperato come togliersi la vita. E allora viene da chiedersi quanto effimeri possano essere il successo, la popolarità e l’affermazione sociale di fronte alla ricerca di quel fragile equilibrio cui tutti per natura tendiamo ma che non tutti riusciamo a raggiungere. E fa male quando chi per mestiere offre sorrisi agli altri non è più in grado di regalarne uno a se stesso.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017