“Miele”: film provocazione sul suicidio assistito

“Miele”: film provocazione sul suicidio assistito

Irene si fa chiamare Miele. Dopo aver mollato Medicina “gioca a fare il piccolo chimico”. Ogni volta che qualcuno vuole morire, lei prende un volo per Los Angeles e, mescolandosi ai turisti, attraversa il confine messicano per comprare – lì che non sono illegali – dei letali barbiturici per animali.

Miele aiuta (illegalmente) chi soffre senza speranza di guarigione a rompere il patto con la vita terrena in un paese, l’Italia, in cui il diritto di scrivere la parola fine è affidato alla natura o al caso.

Lo fa in forma asettica, con dei guanti in lattice bianchi e seguendo uno schema predefinito: 20 gocce, un bicchiere di gin, un cioccolatino per addolcire il sapore del cianuro e una musica di sottofondo. Relax, nessuna lacrima. Un accompagnamento al passaggio dal conosciuto all’oscuro senza drammi, ma con la consapevolezza, per chi sceglie questa forma di morire, che sia quella giusta. Eutanasia, suicidio assistito.

Miele aiuta solo i malati terminali, “non dà una mano ai depressi a suicidarsi”. È per questo che il rapporto con l’ingegner Grimaldi, un suo “paziente” dalla salute di ferro e con la voglia di morire per noia, stanchezza o forse depressione, mette in crisi le sue forti convinzioni.

«Nessuno vuole morire veramente, ma quella non è più vita. Non ce la fanno più.» Dirà lei. «Allora ciò che non si vede, ciò che non deturpa il volto o le braccia, ma l’animo non ha la dignità di essere chiamato dolore?» Ribatterà lui.

«Vai a Istanbul, visita la cupola di Santa Sofia. Dicono si regga non sulle colonne ma grazie all’aria, che dal basso spinge verso l’altro. Prova a mettere un pezzo di carta per terra, al centro della moschea e vedi cosa succede. Una forza invisibile, ma potente. Inconfutabile.»

Il film apre il dibattito su un tema tabù, a partire dalla crisi dei due protagonisti un po’ stereotipati: lei, donna forte, energica e dura, smetterà di fare il suo “sporco” lavoro; lui, cinico e vecchio, rinuncerà all’idea di suicidarsi.

Una Jasmine Trinca sublime. Una Valeria Golino al fulminante e provocatorio debutto da regista. A Georges Brassens e la sua “Les sabot d’Hélène” il compito di chiudere il sipario.

Cultura

I vostri commenti all'articolo

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  1. francesca

    In realtà lui non rinuncia a suicidarsi, semplicemente rinuncia a morire con il suo aiuto, ma si suicida ugualmente e la domanda che sorge spontanea è “quanto possiamo davvero aiutare gli altri?”.

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mercoledì 6 febbraio 2019