Mendel dei libri

di Stefan Zweig

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Ci vuole veramente poco a leggere cinquanta pagine. Molto di più, in questo caso, è il tempo che ci vuole per dimenticarle. Il tempo per disfarsi di quel senso di tristezza che parte dalle parole e ti pervade fino al più profondo dell’anima. Lungi dall’essere questo un invito a evitarlo, è piuttosto l’augurio di incontrarlo. A Jakob Mendel non ci si può non affezionare, seppure breve è il tempo di lettura di questo suo ritratto, pubblicato nel 1929 ma non per questo obsoleto di significato.
«Al di là dei libri quell’uomo straordinario non sapeva nulla del mondo, perché per lui tutti i fenomeni dell’esistenza acquistavano realtà solo dopo la loro fusione in caratteri da stampa, dopo essersi raccolti e per così dire sterilizzati in un libro».
Siamo a Vienna, al Caffè Gluck, dove Jakob Mendel passava le sue giornate. Dove chiunque poteva consultarlo per sapere dove recuperare qualsiasi testo e, per quanto introvabile o improbabile potesse essere, trovare sempre delle risposte. Non solo venditore di libri usati, ma vero e proprio spacciatore di pagine e informazioni: grazie a lui ci si poteva avvicinare al grande mistero, ovvero «al fatto che, se mai nella nostra esistenza riusciamo ad attingere qualcosa di speciale, qualcosa di più elevato, ciò accade solo al prezzo di una particolare concentrazione interiore, di una paranoia sublime, e nella sua sacralità, affine alla follia».
Ammirazione, in primis, per la passione e la dedizione con cui quell’uomo sapeva immergersi tra le righe, come con la testa nell’acqua, per emergerne solo quando qualcuno insistentemente lo richiamava per un consiglio.
Freneticamente cerchiamo un senso alle nostre vite, dimenticando che il senso sta in quello che facciamo e nel modo in cui lo facciamo. Jakob Mendel ha pagato caro il prezzo del suo dimenticarsi del mondo quando è arrivata la guerra. Da Vienna a Parigi, per la censura militare, non si possono spedire neanche cartoline in cerca di pubblicazioni. Sovrano appassionato del suo mondo di carta sarà portato via dal Caffè Gluck con la forza e internato in Slovacchia, per tornare solo due anni più tardi grazie all’intercessione di alcuni clienti importanti, privo però della sua prodigiosa memoria.
Il narratore del racconto di Stefan Zweig, un viandante riparatosi al Caffè durante un acquazzone, riflette guardando quel tavolo vuoto. Riflette sulla forza delle passioni. Sull’effetto che su di esse hanno sortito guerra e prigionia. Riflette sulla caducità e sull’oblio: sono passati anni, né il proprietario né i frequentatori del bar si ricordano di Mendel, che invece un tempo era quasi un pezzo di arredamento. Solo la donna delle pulizie lo rammenta con le lacrime agli occhi. E noi, saremo stati abbastanza appassionati perché qualcuno si ricordi di noi quando lasceremo un tavolo vuoto?

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017