Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

di Mark Haddon

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Il titolo di questo libro fa pensare a un giallo, e in un certo senso lo è. Però è un libro di quelli che disarmano e ti restano nella memoria a lungo. Di quelli che ricompaiono nella testa nei momenti più impensabili, quando le immagini parlano alla rinfusa tra i ricordi e sembrano volerti dire qualcosa. Ci penso tutte le volte che vedo una macchina gialla, nonostante siano passati quasi 10 anni da quando l’ho letto! Pubblicato nel 2003, divenne subito un best seller internazionale.

Provo a spiegarvi perché si trova nella top ten dei miei libri preferiti in assoluto.

Innanzitutto perché, paradossalmente, in mezzo alla complessità insegna la semplicità. Avete mai sentito parlare del rasoio di Ockham? Si tratta di un principio metodologico scientifico ideato da un filosofo del ’300, William of Ockham, secondo cui per spiegare un fenomeno le soluzioni migliori sono sempre quelle più semplici. Ecco, se lo dice un filosofo la questione può facilmente risultare noiosa. Ma se lo racconta Christopher è tutto più divertente, coinvolgente e commovente. «Ogni volta che non capisco quello che la gente dice chiedo cosa significa, o mi volto e me ne vado.»

Christopher è un adolescente dissociato di 15 anni. Un giorno trova morto Wellington, il cane dei vicini, decide di scoprire chi lo ha ucciso, e di farlo scrivendo un giallo. Quello che leggete. I capitoli non sono in un “normale” ordine numerico, bensì soltanto numeri primi. Gli altri non ci sono. Per lui la logica è una questione ordinaria e la scienza è bella.
«I numeri primi sono ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su.» C’è una precisione matematico-geometrica nelle descrizioni. C’è l’odio verso le metafore e i giochi di parole, perché tutto quello che non è univoco genera confusione. C’è l’incapacità di dire le bugie: solo una cosa può succedere in un momento e in un luogo, se si dice qualcosa che non è, allora si dovrebbe pensare a tutte le cose che non sono. Come se non esistessero le sfumature.

La genuinità del protagonista-narratore ha una chiara (?) spiegazione scientifica: si tratta dei problemi comportamentali di un autistico. Come abbia fatto l’autore a immedesimarsi rimane il mistero di un artificio letterario, resta la bellezza di quello che si può imparare da questi comportamenti dissociati, che spesso nella vita ci spaventano. Ma magari è solo un altro modo di vedere il mondo. In cui, come nella “normalità”, per indagare sull’omicidio di un cane si procede secondo una catena di ragionamenti. In cui, però, la bellezza di una giornata dipende dal colore delle auto che incontri per la strada. Ma chi siamo, noi, per dire chi è “normale” e chi no?

Cultura
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lunedì 5 giugno 2017