Lo scurnuso

di Benedetta Cibrario

Mi chiamo Tommaso Iannacone e sono un personaggio (non) qualsiasi di un libro scelto (non) a caso. Nel 1792 facevo lo scultore di pastori per i presepi della mia Napoli. L’attività andava bene, finché non è arrivata la malattia. Di tutto quello che mi poteva succedere, questo era il peggio: le mani storpie mi ammazzavano il mestiere. Quando mi hanno commissionato il lavoro per l’orfanotrofio sono stato felice, perché nei conventi sono sempre ricchi, e magari sarei riuscito a sistemarmi. Alla consegna ho scoperto che così non sarebbe stato, perché non avevano un soldo. Mi hanno dato, in cambio della mia prestazione, Sebastiano Portualle, un orfanello silenzioso. “Che me ne potevo fare?”, pensai.
Lui stava sempre zitto, però osservava tutto. Un giorno ho scoperto che disegnava con cura ogni cosa che vedeva. Gli schizzi erano bellissimi. Si intuiva il talento. Io, intanto, riuscivo a lavorare sempre meno e i soldi erano pure quelli sempre meno. Allora mi è venuta l’idea per campare: dovevo portarlo a bottega dai Riccio, su, in via dei Cristallini. Avrebbe imparato e, chissà, forse sarebbe tornato. “Iannacone, il Padreterno tiene altri pensieri che guidare le mani del vostro Sebastiano, credete a me”. Così mi disse Gaspare Riccio. Quel presuntuoso avrebbe preso il mio tesoro. La promessa del ritorno sarebbe stata mancata, il talento non l’avrei più rivisto. Ma almeno lui avrebbe mangiato a fine giornata. Che dolore lasciarsi, mi ci ero affezionato. Lui si sarebbe arrabbiato e non poco.
Quello che non potevo sapere, mentre dettavo il suo nome per il mio misero testamento, era che sarei rinato. Appena scoperta la mia morte, Portualle fece una delle sue sculture migliori. Divenni di creta. Così il duca mi ha presentato a un cardinale: “Io lo chiamo lo Scurnuso. Vedete come vi guarda? Quello si vergogna di com’è diventato”.
“Si vergogna?”
“Posso parlare volgarmente, Eccellenza?”
“Si mette scuorno”.
Dentro al presepe di un duca collezionista, sono finito. Uno che ne capisce, però. Fa il presepe pure durante la guerra, ci tiene troppo. Durante il resto dell’anno sto in una scatola di velluto. E per fortuna ci sta Giovanni, l’impiegato postale che è bravissimo a restaurare pastori, animali, e sa fare pure i paesaggi. Grazie al cardinale di Belmonte sono sopravvissuto pure alla guerra.

Vicky va a casa di suo padre tutte le estati. Ogni volta riceve un dono. Sono sempre oggetti che hanno un valore inestimabile, quello della bellezza. Questa volta ha ricevuto lo storpio, lo scurnuso. Che negli occhi di creta ha tracce d’amore. Napoli è una città difficile da descrivere esaustivamente, perché è ricca di varietà, è multiforme, si contraddice, si fa amare e odiare allo stesso tempo. Benedetta Cibrario prende un pezzo della sua bellezza e ne fa un magnifico ritratto dilatato nel tempo.

noname

Cultura
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venerdì 28 aprile 2017