L’Interregnum moderno secondo Bauman

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È un filosofo contemporaneo che piace alle persone perché parla con un linguaggio comprensibile a tutti infarcito di battute sulla sua età. Zygmunt Bauman, durante una lectio magistralis all’Università di Arezzo svoltasi a marzo, discute di interregnum, vale a dire quel periodo di passaggio tra un assetto istituzionale preesistente e un altro non formato, durante il quale sappiamo di dover sostituire il sistema vecchio senza averne ancora ideato uno nuovo. Di solito valeva per i re di Roma, ma Bauman applica il concetto all’attuale situazione italiana ed europea. Lo sa bene lui, ebreo nato in Polonia nel 1925, cosa significa cambiare.
Nel raccontare la scienza del governo contemporaneo insiste sulla sovranità popolare: il diritto, cioè, che deve avere ogni gruppo etnico di stabilire cosa è meglio per i propri confini, e che garantirebbe l’autosufficienza. «La politica è decidere che cosa si dovrebbe fare; il potere è la capacità di far compiere le cose» afferma, aggiungendo che ormai queste due caratteristiche, un tempo unite, si sono sciolte. «Oggi – dice – l’interdipendenza tra i Paesi ha creato problemi all’autonomia dei singoli Stati o delle città», mettere in primo piano la ricerca di alleanze “straniere” ci ha fatto perdere di vista i nostri bisogni primari. Oramai varie Nazioni sono talmente legate ad altre economicamente, politicamente e militarmente che una normale decisione presa in questi campi ha forti ripercussioni in tutto il mondo. Il paradosso del XXI secolo è che al cittadino è chiesto di risolvere problemi universalmente prodotti con soluzioni individuali, ma ha spalle troppo piccole per sopportare certi pesi. Alla domanda “che cosa potremmo fare?” il pensatore sorride: «Io stavolta non farò in tempo a vedere il cambiamento. Però le generazioni future dovrebbero cercare di riconciliare potere e politica. Una delle sfide principali da risolvere è quella di vivere permanentemente con le differenze senza volerle distruggerle». Nell’epoca della rete globale, Bauman invita a dedicarsi al locale: le parole d’ordine sono «cooperazione e dialogo», a cominciare da chi è vicino a noi per poi andare più lontano. Come un buon padre che sostiene il figlio, saluta gli studenti iniettando loro una dose di fiducia nel futuro.

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venerdì 12 ottobre 2018