Lettere a Lucilio di L.A. Seneca

Risposta ipotetica

Caro Seneca,

avrei voluto un amico come te e non mi sarebbe dispiaciuto essere il destinatario di quelle lettere*. A volte ne avrei apprezzato i consigli, altre avrei risposto a tono sulle cose con cui non sono affatto d’accordo. Non è il caso di darla sempre per scontata, la tua saccenza. Va bene essere dei buoni consiglieri, ma ogni tanto è il caso di farsi venire dei dubbi.

Avrei voluto essere il consegnatario di quelle missive perché ognuna merita una risposta scritta. Bisognerebbe riprendere l’antica abitudine degli amici di penna. Dovremmo averne tutti uno. A metterli nero su bianco, i pensieri le parole e i sentimenti diventano più chiari: bisogna sforzarsi di sciogliere la propria confusione dentro la penna perché qualcuno possa capire. «La ricercatezza del linguaggio non giova al progresso spirituale […] Se fosse possibile, ti metterei a nudo il mio animo senza bisogno di parole. E anche se tenessi una conferenza, non batterei i piedi, né agiterei le mani, né alzerei la voce; ma lascerei questi espedienti agli oratori, contento di esporti il mio pensiero senza inutili ornamenti e senza sciatteria.»

Delle tue lettere ho apprezzato l’approccio alla quotidianità e l’ampiezza tematica. La tranquillità con cui ti sei dilettato a discorrere del tempo, della lettura, dell’amicizia, della morte, della semplicità, del bene.

Si può parlare contemporaneamente del piacere e del suicidio? Tu insegni di sì! E con la stessa leggerezza, che non significa superficialità, «ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore» (questo lo ha detto Calvino, penso che sareste stati ottimi amici). C’è da dire che sei un po’ fissato con la virtù, direbbero i giovani d’oggi, ma è pur vero che non si può non vivere nel proprio tempo, e il tuo era un tempo virtuoso. Che filosofia, lo stoicismo! E quanto è cambiato nella storia il termine resistenza… Varrebbe la pena leggerti anche solo per questo. «Impegnamoci a essere sereni e paghiamo senza lagnarci il tributo impostoci dalla nostra condizione di uomini. L’inverno ci porta il freddo: sopportiamone i rigori; d’estate fa caldo: dobbiamo sudare […] Non possiamo mutare questo stato di cose, ma possiamo armarci di un animo grande e degno di un uomo virtuoso per sopportare con coraggio i casi della vita, senza ribellarci alla natura».

Consiglio a tutti di leggerle. Non come un noioso classico imposto a scuola, ma come un maestro racchiuso in pochi centimetri di carta, di quelli come ce ne sono pochi.

*Le Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio) sono una raccolta di 124 lettere (suddivise in 20 libri) scritte da Lucio Anneo Seneca.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017