Letteratura di (Mala)parte

Kaputt, Adelphi 2009

Curzio Malaparte (1898-1957) è entrato nella leggenda e ne è rimasto prigioniero. La sua vita di scrittore e giornalista è stata un azzardo e come tutti gli azzardi poteva finire bene o male. È finita male. Di lui si dicono spesso peste e corna, prima tra le fila del fascismo e poi tra quelle del comunismo, era uno a cui piaceva bluffare. Forse. Ma il punto è un altro.

Ad oggi non bastano neppure le cure di Adelphi (che negli ultimi anni ha curato le edizioni di alcune delle principali opere malapartiane) e le parole di Kundera (Un incontro, Adelphi, 2009) per evitare la congiura del silenzio: in quasi tutte le Storie della letteratura italiana e le antologie scolastiche Malaparte è ancora ampiamente ignorato.
Per non parlare del suo Kaputt, un capolavoro letterario del dopoguerra scambiato per un anonimo reportage infarcito di menzogne. Sì che invece, dopo la sua pubblicazione a Napoli nel 1944, il libro ha fatto il giro del mondo, tradotto nelle principali lingue ed accolto da un enorme successo, ma il tutto sempre fuori dai confini nazionali.

Nonostante la vicinanza con il genere del reportage, si tratta di un romanzo costruito con sapiente maestria che assomiglia ad uno di quei piccoli rompicapi di logica che non ti basta un pomeriggio per risolverlo. Anzi, forse per Kaputt una soluzione nemmeno esiste.
Il romanzo è stato ricalcato sulle cronache di guerra inviate dal fronte ai giornali italiani tra il 1941 ed il 1942 ma pagina dopo pagina ci si accorge che qualcosa non torna. La cronaca dei fatti come ce la aspetteremmo da un normale reportage giornalistico non c’è. Al suo posto la finzione nuda e cruda (si parla di fiction based on facts in M. Biondi, Scrittori e miti totalitari: Malaparte, Pratolini, Silone, Edizioni Polistampa, 2002), una serie di racconti nei racconti, immagini oniriche, illusioni, un’ironia amara contro gli inganni del proprio tempo.

Malaparte avrebbe potuto scrivere un resoconto preciso di eventi e persone. Sarebbero stati sufficienti alcuni dati e qualche nome e, dietro alla firma, gli sarebbe stata garantita la fama. Invece ha puntato sull’arte e sul potere della finzione per rivelare il dettaglio sepolto. Sepolto nella Storia, dietro al trucco delle ricche signore ai banchetti, alle conversazioni minate con gli uomini di potere, dietro al muro di un ghetto o alle porte del vagone di un treno carico di infelici.
Kaputt è stato un azzardo. Come tutti gli azzardi poteva finire bene o male. Ma qui Curzio Malaparte ha vinto la sua scommessa.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017