La vita davanti a sé

di Roman Gary

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«Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore. Dovevo avere tre anni quando ho visto Madame Rosa per la prima volta. Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza. (…) All’inizio non sapevo che Madame Rosa si occupava di me soltanto per riscuotere un vaglia alla fine del mese. Quando sono venuto a saperlo avevo già sei o sette anni e per me è stato un colpo sapere che ero a pagamento. Credevo che Madame Rosa mi volesse bene gratis e che ci fosse qualcosa tra noi due. Ci ho pianto su per una notte intera ed è stato il mio primo grande dolore. Madame Rosa si è accorta che ero triste e mi ha spiegato che la famiglia non significa niente e che ci sono perfino quelli che vanno in vacanza abbandonando il loro cane legato a un albero e che ogni anno ci sono tremila cani che muoiono così senza l’affetto dei loro cari. Mi ha preso sulle ginocchia e mi ha giurato che io ero la cosa più cara che aveva al mondo, ma io ho pensato subito al vaglia e sono scappato via piangendo.»

Comincia così, uno dei romanzi più commoventi del ’900: La vita davanti a sé, di Romain Gary. Siamo in un condominio della periferia francese degli anni ‘70, dove i legami di sangue non contano e le tragedie della storia svaniscono davanti alla vita. Momò è uno dei tanti ragazzini accuditi dalle prostitute che battono da mattina a sera nelle balenieu di Parigi, rischiando la vita ogni secondo che passa. Il tema può sembrare triste, anzi lo è, ma ci viene raccontato con una tale grazia, con un tale splendore e con una tale ironia che non si vede l’ora di girare la pagina successiva per scoprire cosa accadrà.

Leggendolo, mi è tornata alla mente quella frase del film La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore, che dice: «non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla». È proprio quello che penserebbe Momò.

Lo spazio temporale è quello cruciale dei grandi flussi migratori delle ex colonie che in quel periodo stavano ottenendo l’indipendenza. Il narratore dell’intera storia, invece, è Momò bambino. Una voce innocente, ma non ingenua, capace di una sottile ironia anche davanti agli eventi più tragici .

Prima di leggere La vita davanti a sé, sapevo solo che era uno dei libri preferiti di Roberto Saviano, Jovanotti e Fabio Volo. Adesso che l’ho letto, è diventato anche uno dei miei. Non mi resta che sperare che dopo aver letto questo articolo, diventi anche uno dei vostri.

Cultura
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mercoledì 11 ottobre 2017