La tregua

di Mario Benedetti

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«In questo libro tutti i sentimenti della vostra vita vengono elencati, identificati, rinominati e vi stupirete, nel leggerlo, di aver davvero provato tutto quanto avrete provato.» Sono le parole di Roberto Saviano, che dice la sua su un libro obiettivamente molto bello uscito nel 1978, e finalmente ripubblicato da Nottetempo, a cinque anni dalla scomparsa dell’autore. Stiamo parlando de La tregua, dello scrittore uruguayano Mario Benedetti (1920-2009).

Martìn Santomé è un impiegato di commercio alla soglia della pensione. Sono cinque anni che aspetta che si esaurisca il tempo di lavoro, ma non vuole una nuova vita. Desidera semplicemente che il tempo gli dia una tregua. Da qui, inutile dirlo, il titolo. La sua è un’infelicità alla quale ogni sera prepara la cena, una condanna a morte e allo stesso tempo la miglior compagna a cui pensa di poter aspirare.

Dopo una moglie deceduta di parto e sporadici incontri meramente sessuali con donne insignificanti, la voglia di rivincita lo porterà a concepire una passione grande, imprevista e assoluta per la giovane Avellaneda, impiegata nel suo ufficio e appena venticinquenne, che per lui lascia un fidanzato coetaneo accettando l’amore di un uomo “anziano”, di cui potrebbe essere la figlia.

Il libro è costruito interamente sulle pagine di un diario vergato a mano dal protagonista, che è costellato da frasi che potrebbero, da sole, assurgere ad aforismi: «Blanca per lo meno ha in comune con me una tristezza con vocazione all’allegria»; «Certi giorni mi sento infelice semplicemente perché non so che cosa mi manca».

A dirla tutta, se ci penso, è un libro strano. Personalmente lo definirei un libro silenzioso con rumori improvvisi, come quello bellissimo che si sente improvvisamente a pagina 14: «Perché ho imparato che i miei stati di pre-esplosione non sempre portano all’esplosione. A volte sfociano in una lucida umiliazione, in un’irrimediabile accettazione delle circostanze e delle loro varie e oberanti pressioni. Mi piace tuttavia convincermi che non posso permettermi esplosioni, che le devo spietatamente reprimere, pena la perdita dell’equilibrio. E allora esco, come ho fatto oggi, e vago in un’accanita ricerca dell’aria aperta, dell’orizzonte, di chissà quante altre cose. Bè, a volte all’orizzonte non ci arrivo e mi accontento di prendere posto dietro alla finestra di un caffè e registrare il passaggio di qualche bel paio di gambe». Che dire… perfetto.

Dimenticavo: il libro ha avuto “solo” più di cento edizioni, è stato tradotto in “pochissime” lingue (appena una ventina) ed è stato adattato “soltanto” per il teatro, la radio, la televisione e il cinema. Fate voi, buona lettura.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017