La storia della principessa splendente

Un altro capolavoro dello Studio Ghibli

Un’antica fiaba giapponese ispira qui un film d’animazione che supera i confini della fantasia e lambisce la realtà.

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Una semplicità, subito percepita come apparente, lascia posto a significati profondi.
Iniziando con le presentazioni: Principessa, di nome e di fatto, è il chi attorno al quale ruota l’ultimo lavoro del maestro giapponese Takahata − regista fondatore, con Miyazaki, dello Studio d’animazione Ghibli.
L’infanzia della protagonista − bambina, poi ragazza, infine quasi donna− venuta dalla Luna e trovata da un tagliatore di bamboo nel germoglio di una canna, scorre spensierata tra amici e giochi. Tutto troppo incantevole per durare. E infatti, all’improvviso, il villaggio che l’ha vista crescere viene sostituito dalla Capitale. In riverenza ad un segno degli dèi, il padre le costruisce un palazzo dove poter ricevere un’educazione consona al suo lignaggio, nobile. Ma non alla sua indole, ribelle. Qualcosa in Principessa si spezza per sempre, nel venir catapultata contro la sua volontà in un nuovo mondo fatto di usanze, di regole e di gerarchie. Che le sta (molto) stretto. La vita di prima, quella trascorsa correndo nei campi, rimane solo un ricordo: ora sono le mura di un anonimo palazzo la sua nuova casa. In mezzo a tutto ciò, un padre ingenuamente pensa di fare il bene della figlia, ricchi spasimanti sono disposti a tutto pur di conquistare la mano di colei che è considerata la ragazza più bella della città, un amico di infanzia resta l’unico legame mentale con il passato. Principessa, snaturata, si trasforma nel fantasma di se stessa, costretta a recitare una parte per non deludere le aspettative del genitore. Eppure l’ acutezza che la contraddistingue non la lascia mai. Infelice al punto da desiderare di tornare sulla Luna. E qui mi fermo.
Nel seguire le vicissitudini della protagonista passano davanti agli occhi temi di spessore come l’amore per la natura, il desiderio di libertà, il valore dell’amicizia, gli errori dei genitori, il peso delle convenzioni, l’arroganza del potere e tanto altro.
La scelta del disegno fatto a mano, controcorrente rispetto alla computer graphic oggi in voga, e di musiche non relegate a mero sottofondo, è complice nel rendere il film quello che è.
Un po’ onirico, molto vivo. Con un finale a sorpresa (o forse no).

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Cultura
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sabato 5 agosto 2017