“La guerra non ha un volto di donna”

L'epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale

URSS donne pilota

Operazione Barbarossa: è il 22 giugno 1941 quando le truppe tedesche invadono l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La loro avanzata travolge intere popolazioni, annienta villaggi e in pochi mesi penetra fin nel cuore della Russia, alle porte di Mosca.

Possiamo restare inerti? Possiamo restare a guardare mentre i nostri mariti, figli, padri e fratelli combattono e muoiono al fronte, mentre la nostra terra viene violata? Donne e ragazze partono, a migliaia si arruolano volontarie.

Svetlana Aleksievic, si spinge in tutto il territorio di quell’URSS per parlare con loro. Per parlare della guerra, ma non della guerra eroica dei vincitori e delle loro battaglie, luoghi, armate e generali: la “Grande Guerra Patriottica” è già abbondantemente descritta in troppi libri. Svetlana non vuole la guerra che conosce solo termini maschili: cerca un punto di vista femminile, vuole conoscere la guerra vista dagli occhi di quelle donne che l’hanno combattuta come aviatrici, genieri, cecchini, granatieri, autiste, radiotelegrafiste, infermiere, medici, assistenti sanitarie e ancora dissidenti, partigiane, staffette.

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Le donne parlano e dopo anni di oblìo e dimenticanza hanno tanto da dire. Raccontano che sono partite per un ideale, per amore, perché avevano perso tutto, perché non potevano stare a guardare. Raccontano le fatiche, le trincee, gli scarponi pesanti a misura di uomo, le giubbe, le lunghe trecce tagliate, il peso dei fucili e dei corpi dei feriti da trascinare.

Raccontano di abbracci e di pane condiviso; di madri che, di fronte allo strazio di un figlio morto, hanno saputo piangere e battersi il petto per tutti quei figli seppelliti senza pianti di donne. Raccontano delle loro ferite, quelle visibili e quelle invisibili, scavate a fondo nell’anima; di ritorni alla “vita normale” duri e a volte disperati; di vergogna e umiliazione.

Queste donne spaventavano, mettevano in crisi un’idea consolidata, uno stereotipo forse, ma che era e troppo spesso rimane l’unica lente con cui sappiamo guardare la realtà, anche odierna. “Una donna che ha combattuto, sparato e ucciso, come può essere una buona madre?”. “Chissà che facevano tutte quelle donne negli accampamenti, forse le prostitute della truppa…”.

Quelle stesse donne rispettate al fronte, chiamate “sorelline”, decorate con medaglie e stelle al merito, mettevano in crisi un intero sistema: quello degli eroi che altri non erano che gli uomini che avevano curato, salvato da rottami in fiamme, trascinato per centinaia di metri sotto le bombe; quegli stessi uomini con cui avevano condiviso fame, paura, pidocchi e fango, lunghe marce a piedi, fin nel cuore della Germania, e l’alba radiosa del 9 maggio 1945: la grande vittoria.

E così per troppi lunghi anni, le donne hanno taciuto. Quello che Svetlana Aleksevic, Premio Nobel per la letteratura 2015, ci consegna è un testo corale, vivo, intenso e profondamente umano, capace di suscitare emozioni profonde e di dare nuova luce ad una realtà passata ma sempre attuale e vera.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017