La fotografia come memoria

Joel Meyerowitz

«Il movimento è tutto per me, è la Vita stessa». Parole di Joel Meyerowitz, fotografo statunitense che con il suo lavoro ha messo in discussione il linguaggio fotografico e che oggi ha riassunto in un cofanetto di due volumi a edizione limitata, Taking my Time. Il “movimento” per lui inizia nel 1962 con le Street photographies, foto di strada che Meyerowitz tinge di colore, quando ancora il bianco e nero era considerato il filtro di prima categoria.

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Utilizza quasi sempre la macchina a grande formato, che dà una visione ampia dell’evento informandoci anche sui particolari circostanti, come un negozio o un passante, e si concentra sul potere dello scatto di descrivere soggetti e luoghi.
Nonostante i suoi viaggi in giro per il mondo, ama immortalare gli ambienti urbani e i paesaggi di New York ‒ la città che gli ha dato i natali. L’attacco del 2001 alle Torri Gemelle  lo colpisce direttamente e cambia la sua identità di persona e di fotografo. Poco dopo l’attentato ottiene il permesso di riprendere l’area Ground Zero e testimoniare la catastrofe mosso dall’idea che «se non ci sono immagini non c’è storia». Ne ricava 8.000 lastre in grande formato, di descrizione minutissima. L’ampiezza delle foto cattura l’osservatore dentro la realtà che Meyerowitz ha visto con i propri occhi e permettono di costruire una memoria storica, a lui tanto cara. Non a caso definisce Taking my Time un’«autobiografia per immagini»: il suo percorso è stato scandito dai lavori che ha fatto e, allo stesso tempo, questi hanno arricchito la Storia di piccoli racconti: «[...] il motivo per cui continuo a fotografare la realtà quotidiana, perché mi rendo conto che ogni singolo momento può portare con sé la chiarezza di essere pienamente cosciente».

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Ultimamente la sua attenzione si è concentrata sulla Toscana (Tuscany: Inside the Light, con testo della scrittrice Maggie Barrett), passando dal suolo cittadino a quello rurale. Ha osservato l’alternarsi delle stagioni e i cambiamenti naturali, con lo scopo di creare una fotografia nuova, dove il soggetto «avesse a che fare con il realismo del ciclo della vita». Ed è un tripudio di light, che permette alla Natura di fare il suo corso. Luce presente fin dai primi scatti del ’62 per cogliere la realtà, fatta anche di ombre.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017