It might get loud

Il legame tra musica e cinema è sempre stato molto solido, in pratica sin dall’avvento del sonoro con Il cantante di jazz; correva l’anno 1927. Ma quando il cinema documentaristico incontra una leggenda vivente del rock, un’artista fuori da ogni schema e un chitarrista irlandese ancora sulla breccia dopo trent’anni di carriera, allora abbiamo raggiunto un livello più alto e il semplice “racconto dei fatti” diventa rapidamente “narrazione”.

It might get loud è un film del 2008 diretto da Davis Guggenheim (Premio Oscar per il miglior documentario nel 2007 con Una scomoda verità, l’opera di denuncia ambientalista interpretata dall’ex vice-presidente U.S.A Al Gore) dedicato al rock e alla chitarra elettrica, lo strumento che ha rivoluzionato la storia della musica. A discuterne e a duettare, tre grandi musicisti di tre differenti generazioni. Ognuno di questi, a suo modo, ha contribuito con la propria arte a esplorare nuovi orizzonti musicali e a costruire forme espressive innovative: stiamo parlando di Jimmy Page dei Led Zeppelin, The Edge (all’anagrafe David Howell Evans) degli U2 e Jack White, affermatosi principalmente come leader negli orami sciolti White Stripes ma militante in diverse formazioni ancora in attività. Vedere e ascoltare queste icone rock è un vero spettacolo: dal loro confrontarsi emergono aneddoti e curiosità non solo sulle loro carriere da rockstar ma anche sul loro modo di suonare, approcciarsi allo strumento, alla musica, alla composizione. La ricerca costante di un sound caratteristico li ha portati a sperimentare continuamente, avvalendosi non solo del meglio della tecnologia disponibile ma ricorrendo anche a qualunque espediente contribuisse a realizzare l’idea alla base della loro creatività: Page racconta di come all’epoca (siamo nei ruggenti anni ’70) gli Zeppelin fossero soliti registrare in luoghi inconsueti come appartamenti in città o ville in campagna, ottenendo sonorità ora ovattate ora fragorose e amplificate dagli spazi; The Edge (noto per l’ampio uso di effettistica) mostra la sua complessa strumentazione e il lungo lavoro di prove ed esperimenti dietro la realizzazione di ogni singolo suono; Jack White ribalta tutti gli schemi in campo proponendo una personalissima visione della musica come espressione viscerale dell’animo umano, e allora qualunque cosa può diventare uno strumento (nel promo del film, in pochi minuti, lo vediamo costruire con chiodi e martello una rudimentale chitarra elettrica perfettamente funzionante). I musicisti si raccontano, si scambiano occhiate complici, sanno di condividere una passione profonda. Quando insieme imbracciano lo strumento e improvvisano, ognuno col suo personalissimo stile, alcuni dei loro più noti riff l’emozione è tangibile (Page alle prese con Seven Nation Army è divertimento puro). Un film che è prima di tutto gioia per la musica prima che per i fan. Lunga vita al rock.

Cultura
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martedì 3 ottobre 2017