Gola Hundun, artista visuale italiano di stanza a Barcellona

Gola Hundun è un artista classe 1982, originario della zona di Cesena e trapiantato da oltre dieci anni a Barcellona realizza: murales, installazioni e performance. Il suo lavoro ha l’obiettivo di esaminare la relazione tra gli esseri umani e la biosfera. Ecco, quindi, che gli elementi naturali che sia essi raffigurati o utilizzati come materiale delle opere sono, comunque, gli indiscussi attori dell’arte di Gola Hundun.

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Buongiorno Gola! Anzitutto partiamo dal tuo nome d’arte e dalla tua formazione artistica: come nasce il progetto Gola Hundun e quali sono le basi da cui sei partito?
Ciao! Dunque scelsi il nome ‘Gola’ perché in quel periodo (2003) ero affascinato dalla Transgenic art e disegnavo spesso organi interni. Vedevo la gola, o meglio la carotide, come il ponte tra il dentro ed il fuori di me, il tubo attraverso il quale passano le parole e la voce, il mezzo di espressione. ‘Hundun’ è una sorta di caos primordiale nella mitologia cinese ed iniziai a usarlo come cognome artistico dal 2012 a completamento dell’idea dietro il mio fare. Gli anni passati tra il Liceo artistico a Ravenna e l’Accademia di Bologna mi hanno lasciato delle basi tecniche, per quanto negli anni successivi al coronamento degli studi abbia provato ad eradicarle, spingendo verso un tipo di segno più naif e punk. In un secondo momento, sono andato ibridando ciò che avevo appreso durante gli studi a ciò che avevo indagato nei miei esperimenti personali tanto in strada come in studio, arrivando così al mio segno odierno. Ad ogni modo penso che lo stile sia un qualcosa in continua evoluzione e non mi sento di dire di essere arrivato ancora da nessuna parte, lo stile è un animale che si nutre di tutti i sogni, i viaggi e gli incontri che si fanno nel corso dell’esistenza.

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La tua storia artistica e, oserei dire, anche personale, è a stretto contatto con la Natura e gli elementi che la compongono. Da dove nasce questo interesse o, se posso permettermi, amore?
Se non avessi scelto il sentiero dell’arte avrei voluto essere naturalista. L’ attrazione che il regno animale e vegetale esercitano su di me è stata molto forte sin da piccolo e la necessità di sentirmi avvolto in atmosfere non antropomorfizzate è sempre più incisiva, d’ altra parte già testi babilonesi parlavano dei problemi di estraniazione e le patologie che nascevano nella vecchia Uruk − l’odierna Warka, un’antica città dei Sumeri e successivamente dei Babilonesi, situata nella Mesopotamia meridionale (N.d.R.) −, come non percepirlo oggi. Questa propensione innata verso il regno naturale è sicuramente stata rafforzata dalla scelta del vegetarianesimo, tra i 15 e i 16 anni, che mi ha portato a sentire questo legame ancora più radicalmente.

Da dove nascono le idee e la scelta del tipo d’opera, vediamo tuoi murales ma ancheinstallazioni.
Mi piace abbracciare varie discipline per mettermi in gioco perché sono curioso ma anche perché ogni lavoro è legato a una visione, e di volta in volta scelgo il mezzo che mi sembra più efficace per rappresentarla. L’ispirazione è come un viaggio esplorativo, più conosci e più il desiderio di scoprire cresce, sono tanti input che ti attraversano e si combinano in un output mediato dalla tua esperienza e a volte da qualche visione.

Esistono ancora i “committenti” di opere? Come entri in contatto con le realtà che ti ospitano in residenza o ti danno anche solo uno spazio per lavorare?
Direi che ogni esperienza è un caso a se stante, a volte vieni chiamano a realizzare un intervento, un progetto, altre volte hai un’idea e cerchi un partner per realizzarla. Circa la committenza, come in passato esistono ancora i grandi committenti come i re e i papi, sotto forma d’industria e macro corporazioni, oggi sono costoro i detentori del denaro reale ma come in passato possono rappresentare un vincolo stilistico e di messaggio. Esistono anche tante associazioni che navigano parallelamente a questi personaggi ma con proposte ed obiettivi diversi. Sta al singolo artista, di volta in volta, capire qual è il proprio obiettivo e con quali bandiere mischiare il proprio discorso, le scelte sono molte. Sto cercando di spingere il mio lavoro sempre più nella direzione dell’installazione permanente, (non effimera diciamo), verso un tipo d’intervento che ha una dimensione interattiva e una funzione reale non solo concettuale, per esempio quest’estate realizzerò una sorta di santuario per la fauna minore e avicola nell’ambito della programmazione di Oltre il Muro ,ed una struttura che ospiterà una colonia di api con Pulsart… ma non voglio raccontarvi troppo, seguitemi e vedrete…

Come sono l’Italia e l’Europa viste con gli occhi di chi le gira per fare arte e non per cercare disperatamente un posto da cameriere in qualche ristorante o il sacro Graal del benessere economico?
Penso che viaggiare sia una necessità per l’homo sapiens, e poter rapportarsi con l’esperienza del viaggio attraverso il “creare” è un privilegio e una fortuna senz’altro. Tuttavia, la produzione artistica non smette di essere un lavoro che concentra e ancora a uno spot specifico, vale a dire che la maggior parte delle volte che sei fuori per una produzione, finisci per relazionarti con la gente del progetto e rimanere fisicamente ascritto al segmento di spazio in cui stai lavorando più che mischiarti alla reale atmosfera della terra in cui ti trovi. Ad ogni modo è sempre un’avventura!

Cosa significa per te essere un artista nel 2015 e portare avanti i tuoi progetti? Pensi ci sia un futuro per l’arte o è “costretta” a essere un hobby bello e impegnativo?
Finché l’uomo esisterà, l’arte esisterà con esso, perché l’arte è l’ossigeno della nostra società come dice l’Abramovic, e concordo con lei anche sul fatto che l’arte deve essere perturbatrice, fare domande, prevedere il futuro ed essere attiva, sebbene oggi nella “società dell’immagine” tanta arte sia pensata come intrattenimento. Sicuramente nel nostro millennio, ancora più che nel passato, c’è sempre più gente che si relaziona alla creatività e produce, il fare della produzione artistica un lavoro dipende da noi, dalle energie che mettiamo in questo, dalla qualità di ciò che facciamo e dalla sualeggibilità. Insomma, ci vuole tanta tanta tanta dedizione, un cucchiaio di estroversione, ed un pizzico di fortuna.

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Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017