Il senso di una fine di Julian Barnes

Il senso di una fine di Julian Barnes

«La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione». Questa è una definizione arguta dell’immaginario Patrick Lagrange, pronunciata provocatoriamente da uno studente un po’ borioso che si inventa citazioni e personaggi durante una lezione di storia per dare un senso alla noia. La questione si complica quando la stessa affermazione diventa la chiave di lettura per l’interpretazione della vita e dei ricordi.
Ne Il senso di una fine il protagonista Tony Webster racconta la sua più o meno piatta esistenza a partire da quello che è sfuggito all’oblio, ma è anche una riflessione sull’influenza della memoria nella ricostruzione del passato, non (solo) quello generale bensì individuale.
«Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo». Nella memoria i ricordi si mescolano alle interpretazioni filosofiche: è possibile distinguere ciò che è vero da ciò che immaginiamo di rammentare, ma di cui non abbiamo certezza perché alcuna documentazione può smentire la fallacia del ricordo? Così Tony prova a ricostruire un’adolescenza, il modo in cui si è evoluta la vita, gli amori, le difficoltà, le separazioni e tanto altro. La giustificazione del suicidio di Adrian è una delle imprese più ardue: chi compie il gesto ultimo può lasciare delle spiegazioni prima di compierlo, ma alla fine l’interpretazione è a discrezione di chi resta, che non può più fare domande.

Se volete rifuggire il dubbio questo libro non fa per voi: a tratti pecca di chiarezza narrativa e di un’infinità di digressioni. Se, invece, amate smarrirvi negli intrecci delle vite altrui, allora leggetelo. Non guadagnerete certezze, ma solo domande; e anche in quelle vi perderete, rincorrendo l’inquietudine del tempo che passa.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017