Il racconto di Natale di Francesco Guccini

Il vero spirito del Natale non si trova certamente nella corsa al regalo più costoso, nella moltitudine di addobbi, nè tantomeno nel cercare di apparire più buoni a tutti i costi, magari solo per qualche giorno. Ci suggerisce questa riflessione, indirettamente, Francesco Guccini che, con la sua ultima canzone “Natale a Pavana”, racconta di un mondo lontano, fatto di semplicità e piccole cose.

La voce del “maestrone”, come lo chiamano affettuosamente i fan, è tornata per regalarci una poesia in musica che racconta, in dialetto pavanese, di quando da bambino era solito recarsi da Modena a Pavana, paese dei nonni paterni, sull’Appennino tosco emiliano, per trascorrere il Natale assieme ai suoi cari. Musicata da Mauro Pagani ed inserita in “Note di Viaggio” – raccolta di canzoni di Francesco interpretate da alcune tra le più importanti voci italiane – il brano ci trasporta, verso dopo verso, in un vortice di nostalgia e ricordi di una realtà che forse non esiste più. Il viaggio in treno a vapore, il fumo che riempie i polmoni all’ingresso in galleria, la “sfrumia” (smania) delle vacanze di Natale e della valigia da preparare, l’emozione nell’avvistare il santuario di San Luca che “ti diceva che eri arrivato Bologna”, i visi e le voci della stazione di Bologna-Piazzale Ovest che, come per magia, proiettavano l’autore “di colpo sui miei monti”.

guccio okokokok

Fotogrammi ed emozioni si susseguono fino ad arrivare alla stazione di Ponte della Venturina dove ogni anno, quasi in modo rituale, c’era ad attenderli zia Rina che, nell’attesa, era andata a comperare “l’anguilla della vigilia”. Seguiva poi una lunga camminata nella neve, con la fretta di chi teme di essere colto dal buio perché “a Natale la notte arriva presto”. L’arrivo a Pavana, a casa, dove erano riuniti tutti i parenti, è carico di emozione ed è contornato dal rumore dell’acqua del Limentra (il torrente che attraversa il paesino) che confluisce nel bottaccio per azionare le macine del mulino che macinava “castagne, robbanera, frumento e formenton”, considerati una grande ricchezza.

La canzone, nel finale, amplifica il sentimento della condivisione e della famigliarità “L’era, l’era ca’ mia… l’ero tornà a ca’ mia… ”, in un mondo dove a contare veramente sono l’umanità ed il rapporto con le persone care ed il prossimo. Tutto il resto, identificato con la città di Modena e la sua torre, viene portato via dal Limentra con la sua piena d’inverno assieme, forse, a molte delle ipocrisie che fuorviano il vero significato del Natale.

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mercoledì 1 gennaio 2020