Il procuratore

Ci sono storie che spiazzano, lasciano interdetti e scossi, quasi traditi da una speranza che lentamente scompare facendo posto all’amarezza e alla rassegnazione per quanto appena visto o sentito. Questo e molto altro è The Counselor, pellicola del 2013 diretta da Ridley Scott e basata su una sceneggiatura di Cormac McCarthy, dalle cui opere sono già state tratte diverse trasposizioni cinematografiche, su tutte The Road (2009 ) e Non è un paese per vecchi (2007). Se c’è una cosa che caratterizza il lavoro di McCarthy è la capacità di creare e raccontare un mondo freddo, lucido e spietato in cui i protagonisti si muovono, di volta in volta, come esseri determinati a soddisfare unicamente bisogni personali e pulsioni istintive, capaci di giustificare qualunque mezzo utile al raggiungimento del loro fine. Ne sono un esempio i lunghi dialoghi tra i personaggi, altro “marchio di fabbrica” del romanziere, in cui dettagliatamente e senza fretta anche il crimine più efferato, le peggiori paure e i momenti più scabrosi trovano il tempo e il modo di essere analizzati e sviscerati. Il nostro procuratore (interpretato da Michael Fassbender) passa dal giurare amore eterno alla sua Laura (Penelope Cruz), con tanto di proposta di matrimonio, al ritrovarsi invischiato, per ambizione e sfrontatezza, in un pericoloso affare con la malavita messicana, il temibile Cartello, per il trasporto oltre confine di un carico di cocaina. Ben presto, una serie di fortuiti eventi, sconvolgerà la vita del protagonista a un livello tale da non riuscire nemmeno a immaginare un limite alla brutalità e all’inesorabilità del turbine di violenza e disprezzo per la vita che si abbatterà su di lui e i suoi affetti.
È esattamente questo il contesto in cui Scott inserisce i personaggi di questa assurda vicenda, dando loro abiti sgargianti, lusso sfrenato e colori saturi per ribadire l’eccesso in cui stanno vivendo. È l’avidità fine a se stessa che li condanna a guardarsi costantemente le spalle, consapevoli di quanto possa essere caro da pagare il prezzo di ogni loro minimo errore. In più, ci pensa il consulente criminale Westray (Brad Pitt) a mettere in guardia il procuratore su come il Cartello, nell’attribuire la responsabilità di qualcosa andato storto, non vada tanto per il sottile: « …non è che non credano alle coincidenze, semplicemente non ne hanno mai vista una», e a quel punto sarà difficile nascondersi.
Notevoli Cameron Diaz, perfettamente calata nella parte, nell’esprimere la freddezza distaccata e calcolatrice richiesta per il suo personaggio e Javier Bardem, l’eccentrico, pittoresco e sfacciatamente kitsch ex-cliente del procuratore, anello di congiunzione tra quest’ultimo e i narcotrafficanti.
Un film che forse si apprezza maggiormente con più visioni, a patto di reggerne la durezza.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017