Il nero e l’argento

di Paolo Giordano

Il nero e l’argento di Paolo Giordano, terza prova di «bella scrittura» per uno degli autori italiani più amati degli ultimi anni, è un’opera delicata e profonda. Il frammento di una storia vera e dolorosa, rielaborata letterariamente. A dire la verità stupisce come un giovane scrittore, quale è Giordano (Torino, classe 1982), sia stato capace di portare avanti una trama così “adulta”. Ma proprio in questo aspetto, sta la bellezza di questo piccolo (appena 120 pagine) ma denso capolavoro.

C’è una giovane famiglia, composta da una coppia e un bambino; c’è una donna che per lavoro si prende cura di loro, la signora A., soprannominata Babette: «La chiamavamo così, Babette, il soprannome ci piaceva perché suggeriva un’appartenenza, e piaceva a lei perché era tutto suo e suonava come un vezzo, con quella cadenza francese».

Un giorno la signora Babette muore per colpa di un cancro, e lascia nello smarrimento la suddetta famiglia. − Non era semplicemente una balia, ma la custode della loro relazione, la bussola per orientarsi nella bonaccia e nella burrasca.

Da qui l’idea di raccontare l’amore attraverso la quotidianità, con ciò che di solito viene tralasciato (sguardi, sorrisi, attenuanti, aiuti esterni), marcando la narrazione col parallelismo tra la malattia e l’amore. «Anche una coppia giovane può ammalarsi, di insicurezza, di ripetizione, di solitudine. Le metastasi sbocciano invisibili e le nostre hanno presto raggiunto il letto».

Molto bella la citazione iniziale di Gilles Deleuze: «Che vuol dire amare qualcuno? Coglierlo in una massa, estrarlo dal gruppo, anche ristretto, a cui partecipa, non fosse che per il tramite della sua famiglia o di qualche altro elemento. E poi cercare le sue mute, le molteplicità che racchiude in se stesso, che sono forse di tutt’altra natura».
Forse meno originale  la dedica: «alla ragazza che frequento». Ma questo, naturalmente, non cambia di una virgola la compiutezza dell’opera.

A pagina 98 ho sottolineato una frase: «[…] L’innamoramento, immagino, resterà sempre per me qualcosa di molto affine all’essere stanato» − un’assenza di barriere che vale la pena di vivere e godersi fino in fondo.

Da leggere.

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Cultura
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giovedì 27 aprile 2017