Ikebana: i fiori dell’anima

Ikebana: i fiori dell’anima

Bamboo. Narciso. Iris. Contenitore di vetro. Acqua. Strumenti semplici per un’attività complessa, l’Ikebana o Arte di arrangiare i fiori. Nata più di 600 anni fa in Giappone dalla pratica buddhista di offrire fiori agli spiriti dei morti, è considerata un’arte al pari di pittura o scultura e una forma di religiosità. Impararne le regole è un modo per avvicinare la propria anima alla natura, unendo i ritmi delle stagioni a quelli del proprio essere. Le case giapponesi sono spesso adornate da composizioni floreali che riflettono il concetto Ikebana: creare un legame tra il fuori e il dentro, tra la natura e lo spirito. Ma niente è casuale. I compositori (soprattutto uomini in passato) mescolano tra loro parti diverse di vari tipi di fiori, oppure usano un’unica pianta a 360º, imparando a guardare il mondo attraverso i dettagli.

L’uso degli spazi è fondamentale per l’armonia di tutti gli elementi. Non solo fiori, quindi, ma anche tripodi, recipienti di diversi materiali, vasi di vetro – con appropriata forma e colore – che riflettono la luce, diversamente da quelli in ceramica; rami, ramoscelli, petali, foglie adatte al periodo di composizione; acqua in quantità dosata, perché lasci viva l’opera senza rovinarla.

In tutto il mondo e in Italia esistono Scuole per imparare questa arte, ma non c’è un metodo unico: nel corso dei secoli si sono diversificati lo stile rikka, decorativo per i castelli nobili, lo stile seika/shoka, caratterizzato da struttura triangolare dei rami, lo stile chabana, semplice; le altre Scuole riprendono per la maggior parte queste correnti.

Ikebana è l’ideale giapponese di proporzione tra le parti e il tutto, di bellezza che non comprende solo il fiore ma ogni suo elemento, un po’ come l’uomo che, formando pazientemente l’opera, riscopre doti ormai dimenticate.

Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017