I tormenti dell’arte

Da storica dell’arte amo le opere, qualcuna più, qualcuna meno, ma ciò che mi manda in visibilio sono le opere degli artisti tormentati.
Personaggi tipo Vincent Van Gogh, Frida Khalo o Amedeo Modigliani, per nominare i più noti; artisti con un vissuto così forte e drammatico che attraverso le opere sembra proprio di respirare tutto il loro dolore.

Giovanni_Segantini_-_The_Punishment_of_Lust_-_Google_Art_Project

Giovanni Segantini, The punishment of Lust, 1891

E’ come se le opere stesse si impregnassero di sentimento e attraverso l’empatia, riuscissi a cogliere tutto quell’immenso bagaglio emozionale che satura attraverso il colore.
Sarà che conoscere questi artisti e le loro vicissitudini personali aiuta ad immergersi pienamente nel loro essere, ma per me l’arte esprime la sua potenza proprio quando diviene una forma di cura.

L’arte serve come terapia per curare tutte quelle sofferenze, quei vissuti drammatici, che divorano l’anima, anche se a volte non basta, come successe a Jeanne Hébuterne, pittrice lei stessa, che non riuscì a sopravvivere alla morte del suo amato Amedeo Modigliani e decise di togliersi la vita, al nono mese di gravidanza.

Lo stesso Egon Schiele vive nell’ombra di un padre che soffre di una malattia mentale e che viene a mancare troppo presto. Tutta la drammaticità di questo lutto non del tutto elaborato, condizionerà fortemente la sua opera, così come avviene per Charlotte Salomon, la cui madre si suicida, gettandosi dalla finestra quando lei ha solo 9 anni. La morte dei genitori incide fortemente sugli artisti e li porterà a terminare prematuramente la loro stessa vita. L’influenza spagnola si porta via Edith, la moglie di Egon Schiele, al sesto mese di gravidanza, lui stesso viene contagiato e morirà dopo pochi giorni, a soli 28 anni.
A strappare da questo mondo Charlotte Salomon il 10 ottobre 1943, ci pensano invece le SS, che la conducono ad Auschwitz, a breve distanza dal matrimonio e in dolce attesa di una nuova creatura, che avrebbe potuto darle modo di colmare il vuoto.

Anche Edvard Munch non è da meno, la madre muore di tubercolosi quando lui ha 5 anni, la stessa malattia si porterà via la sorella maggiore a soli 15 anni. La figura del padre non è di supporto, i lutti hanno fortemente colpito anche lui e l’ambiente famigliare diviene soffocante, orientato in maniera ossessiva verso l’oscurità.

Anche Giovanni Segantini, ebbe una vita travagliata, orfano di madre ancora in tenera età, cresciuto da una sorellastra che non lo voleva e apolide. Passa dal riformatorio, viene affidato al fratellastro Napoleone in Trentino, ma poi di nuovo raggiunge Milano per studiare all’accademia. Qui, la passione sfrenata per l’arte e l’amore per Bice. Una vita di fatiche, continui spostamenti, alla ricerca della luce perfetta o forse più semplicemente della luce interiore. Gettarsi a capofitto nell’operare artistico, fino alla morte, che lo coglie mentre lavora sul monte Schafberg, il 28 settembre del 1899.

Questi e molti altri, sono gli artisti che amo alla follia, forse per la loro folle vita.

 

Cultura
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mercoledì 31 ottobre 2018