I luoghi che smisero di esistere

Ci sono luoghi che in dati momenti della loro storia smettono semplicemente di esistere, vengono abbandonati, lasciati a se stessi e rapidamente cadono nell’oblio, divorati dalla vegetazione circostante. In questi casi il passare del tempo ed il corso della natura modificano inesorabilmente l’opera dell’uomo. Quando “ritornano in vita”, quello che ne rimane acquista un fascino nuovo, inestimabile.

Il caso più eclatante è Angkor, una maestosa distesa di rovine incastonata al centro della Cambogia. Costruita tra il IX e il XV secolo, Angkor era la capitale dell’impero khmer, la popolazione allora dominante in quell’area del sud-est asiatico. I re che si susseguirono fecero di Angkor il centro del potere politico e religioso, ordinando la costruzione di roccaforti, palazzi e templi.

Nel corso dei secoli la città si espanse, anche grazie a lavori di canalizzazione che resero molto fertile l’intera area adiacente al fiume Siem Reap, dove gli archeologi confermano che nel periodo di massimo splendore vissero centinaia di migliaia di persone. Questa dimensione ne faceva sicuramente l’agglomerato più vasto e popoloso del mondo, ben superiore alla Londra o alla Parigi dell’epoca.

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Nel 1431, a seguito del saccheggio ad opera della popolazione confinante, i thai, la città fu abbandonata velocemente e dimenticata nel giro di pochi decenni. Senza più il lavoro dei campi, la vegetazione crebbe libera e nel volgere di qualche tempo ricoprì interamente gli edifici, nascondendoli alla vista ed al corso della storia.

Quasi due secoli più tardi, la penetrazione dei primi missionari ed esploratori europei nell’entroterra cambogiano portò alla riscoperta di Angkor e del suo glorioso passato. La notizia del ritrovamento della città di pietra custodita nella giungla fece scalpore nel vecchio continente e contribuì al dilagare dell’orientalismo.

Anche in Italia abbiamo la nostra piccola Angkor, un piccolo tesoro dimenticato nella foresta. Si tratta del Sacro Bosco di Bomarzo, in provincia di Viterbo: un giardino del XVI secolo traboccante di statue raffiguranti mostri, draghi, animali esotici e figure mitologiche. Un parco misterioso, eccentrico, quasi mistico, voluto dal principe Vicino Orsini in memoria di sua moglie Giulia Farnese.

Nonostante l’unicità artistica del luogo, alla morte del committente esso venne abbandonato e presto dimenticato tra i boschi degli appennini laziali. Il giardino fu però riscoperto qualche tempo dopo, divenendo un luogo di ispirazione per artisti del calibro di Goethe e Dalí che ne rimasero incantati.

Pare impossibile che luoghi come Angkor ed il Sacro Bosco possano essere semplicemente dimenticati e sparire dalla memoria collettiva. La loro riscoperta però gli dona un fascino inedito, perché, alla fine, ogni cosa ritrovata vale di più.

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Cultura
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mercoledì 4 ottobre 2017