Humans of the World

Brandon Stanton

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«Il mio nome è Brandon Stanton, ho 20 anni, ogni giorno cammino per le strade di New York e fotografo persone sconosciute.»
Così si descrive il giovane fotografo che ha conquistato la Rete.

Perso il lavoro da agente di borsa, nell’estate 2010 decide di lasciare Chicago e trasferirsi nella Grande Mela e soprattutto di reinventarsi. Il suo progetto iniziale era raccogliere un catalogo di scatti degli abitanti della città e creare una sorta di mappa interattiva, ma ben presto si è evoluto: «Ho cominciato a cercare di stabilire un contatto con queste persone, di collegare le loro foto ad un racconto, ad una storia».
Il fenomeno è ben presto diventato virale: Humans of New York conta oggi più di 10 milioni di followers su Facebook e Twitter; Brandon ha anche pubblicato un libro che nel 2013 è stato in vetta alle classifiche dei più venduti a NY.

Un tale esempio di passione per l’umanità, di ricerca e di sensibilità per la vita quotidiana non è passato inosservato ai “piani alti”. Nell’ambito del programma Obiettivi del Millennio (8 obiettivi cruciali per lo sviluppo di un mondo più sicuro, più prospero e più equo per tutti, stabiliti nel 2000 da 191 Capi di stato e governo, da adempiere entro il 2015) le Nazioni Unite hanno finanziato il suo progetto di viaggio intorno al mondo per aumentare la consapevolezza riguardo a problemi quali la fame, la povertà, l’ineguaglianza di genere e la sostenibilità ambientale. E così all’inizio di agosto Brandon è partito per documentare l’umanità del mondo: Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina, Israele, Vietnam e India sono solo alcune delle tappe di un viaggio durato 50 giorni in cui ha percorso più di 40mila chilometri. «Con il mio lavoro cerco di gettare una luce di umanità in luoghi che sono stravolti dalla paura e dall’incomprensione, che nella mente delle persone sono distorti dai titoli sui giornali».

In un’intervista al The Guardian ha raccontato che, nonostante la distanza fisica tra New York e le altre città che ha visitato nel suo viaggio, ci sono molte cose che uniscono i soggetti delle sue foto: «Ciò che di più simile ho notato sono le aspirazioni. Dovunque sono andato le persone cercano le stesse cose − sicurezza, istruzione, una famiglia − soltanto che molti non hanno i mezzi per ottenerle».

Insomma, un progetto che crea legami tra i continenti, che avvicina le realtà quotidiane di persone solo apparentemente lontane e che commuove per la semplicità e per la speranza con cui è portato avanti.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017