Credo che esista il rosa

Di recente, prima di intraprendere la lettura di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez e di immergermi lentamente nel suo esoterico ma realistico microcosmo, e dopo aver viaggiato in Brasile grazie al tocco leggero, vivace, un po’ provocatorio e mai banale della penna di Bruno Burbi in Si può essere amici per sempre, sono stata toccata, nel profondo, e sensibilizzata, dal romanzo Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti.

La sua storia, insistentemente verticale, duttile, trasversale ad ogni realtà e stato emotivo, auto ed etero rappresentativa, è stata capace di farmi ridere e farmi commuovere, come ogni buon libro dovrebbe essere in grado di fare. Io sono innamorata, del vento, del sole che non smette di abbagliarmi anche mentre il cielo piange, delle persone che conosco e di quelle che non conoscerò mai. Ammaniti, con la sua descrizione particolareggiata dei personaggi, dettagliata anche in poche righe aventi spessore e profondità rari, grazie ai suoi intrecci narrativi e all’impostazione stilistica strutturate in un magistrale gioco di equilibrio, ha parlato (a volte sussurrando, a volte urlando) a me e all’universo umano delle sensazioni, delle speranze e delle paure (tutt’intere); insegnandomi che esiste la possibilità di emulsionare senza ridondanze gli elementi caratteristici – per ergersi – di un romanzo a tratti noir, a tratti commedia rosa con trama gialla che sappia lasciare, in tal commistione, il lettore con un filo di respiro sempre sospeso.

Credo che esista il rosa, anche quando siamo rossi di rabbia o verdi di invidia: grazie ai libri e alla sensibilità che sono in grado di rifocillare dentro e fuori sé stessi, dall’animo puerile che era lì sopito, mi ricordo di mantenermi fedele a me stessa e all’amore che posso provare, anche quando tutto intorno a me sembra sconquassarsi come in una tempesta. Come d’abitudine, ci tengo a condividere questa poesia intrisa d’amore e di contrasti.

Notte mattutina
Se mi avessi avvisato,
avrei guarnito le mie gote di schegge di diamante
e le mie labbra di rubini.
Avrei indossato il vestito della festa e l’anima della luna.
Avrei rimosso le rughe crucciate dall’espressione di stupore,
mentre tu, dietro la tenda,
ti prendevi beffa della tua corporeità e tracciavi un’ombra invisibile
e un respiro sordo.
Se mi avessi avvisato,
avrei dato un altro nome ai miei pensieri
e guarnito la mia fronte di rugiada e intrecciato sulle tempie
la mia corolla muschiosa,
mentre tu, che non hai nocche per bussare,
avresti soffiato leggero, aprendo la finestra della notte.
Dietro la tua nuca crescevano i più bei petali di orchidea,
mentre dietro la mia schiena si lacerava
l’ultimo rogo di rose,
così che posandomi supina sul cuore della notte avrei sentito
solo il calore
del sonno più rosso.
Se mi avessi avvisato della tua impalpabile essenza,
sarei diventata nebbia e sabbia,
mentre le mura del mio isolotto costiero,
vispo e audace come la bora d’estate,
sfumavano nel sole più bello.

2009_10_01

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Cultura
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sabato 29 aprile 2017