Corrado Levi e gli anni Ottanta milanesi

Corrado Levi

Riconosciuto nella realtà degli anni Ottanta come il «movimentatore massimo di gran parte della scena artistica milanese» (cit. Marco Meneguzzo), Corrado Levi è una figura poliedrica che si occupa di arte tout court rivestendo il ruolo di critico, di curatore, di collezionista e d’artista, tutto vissuto in una chiave personale e unica nel suo genere.
Nato a Torino, Levi inizialmente si avvicina all’arte grazie al padre collezionista che gli trasmette l’amore per l’arte visiva, poi si appassiona alla costruzione laureandosi in architettura. Sarà l’assistente dell’architetto Franco Albini, dal quale erediterà e metterà in pratica il motto “Non esistono oggetti brutti, basta saperli esporre”. Fondamentale è il viaggio a New York dove trova una situazione di fermento artistico con una grande libertà e facilità sia nel fare arte che nell’esporla, dove le botteghe dell’East Village si improvvisano gallerie. Vede in Milano una situazione opportuna per ricreare lo stesso spirito di innovazione artistica newyorkese e la commistione con altre discipline, portando l’arte di frontiera, così chiamata da Francesca Alinovi, in superficie e attivando un corso che ribalterà la tradizionale gerarchia artistica.
In veste di professore Corrado Levi è «anomalo quanto efficace» (cit. Angela Vettese): il suo non è un tipico corso accademico di Progettazione Architettonica del Politecnico, ma una piattaforma di confronto con i propri limiti. Invita persone molto diverse tra loro a tenere delle conferenze, dai più affermati Richard Long e Alighiero Boetti fino al disk jockey più richiesto in quegli anni, Nicola Guiducci, creando un ponte tra la generazione dei grandi maestri e i giovani contemporanei. Corrado Levi include nel proprio insegnamento tutto ciò che vive nella realtà di quel periodo senza discriminazioni. Grazie a queste premesse i suoi allievi decidono di occupare la Brown Boveri, fabbrica abbandonata in cui si crea un collettivo cui partecipa anche Levi, poiché egli ritiene di appartenere a quella generazione, artisticamente parlando.

Brown Boveri (1)

«Milano, quartiere Isola, ottobre 1984: un gruppo di giovani studenti di architettura del Politecnico occupa lo stabile della Brown Boveri abbandonato da anni e ne fa, per alcuni mesi, luogo di ricerca e sperimentazione artistica.
Il Tecnomasio Italiano Brown Boveri, fabbrica di punta della produzione di
macchinari elettrici pesanti, protagonista dello sviluppo industriale nazionale della prima
metà del XX secolo, ha segnato la storia e la memoria degli abitanti del quartiere. Dopo
l’abbandono negli anni Sessanta, in seguito allo spostamento della sede altrove, la
fabbrica viene chiusa. Il suo momentaneo riutilizzo ad opera di giovani artisti, prima della
demolizione avvenuta agli inizi degli anni Novanta, è una vicenda che, fuori dalla cerchia
ristretta dei professionisti dell’arte, in pochi ricordano.» [Maria Garzia, Tesi di Laurea in
Storia dell’ Arte Contemporanea: Brown Boveri 1984-1985, Roma 2006]

Brown Boveri (4)

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Brown Boveri (5)

Brown Boveri (6)

Il suo talento consiste nel riconoscere un artista al suo esordio, sostenerlo a essere curioso e insegnargli che tutto è utile per la sua cultura e sensibilità. Levi è convinto che l’artista non è raro, l’importante è la presenza di un ambiente culturalmente accogliente; il mondo dell’arte non ha infatti i fondi necessari per finanziare numerosi artisti e per questo si concentra su poche personalità tentando di aumentarne il valore. Sente allora la necessità di aprire uno spazio proprio, lo studio di via San Gottardo che incarna l’idea di un laboratorio di idee e una palestra per i talentuosi, riuscendo a trasmettere ai giovani con la tipica leggerezza post-industriale degli anni Ottanta un nuovo modo di guardare l’arte, mettendo in attiva discussione i canoni tradizionali dell’arte e i loro sistemi ufficiali.

Cultura
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martedì 3 ottobre 2017