Come molte altre band di cui non conosciamo l’esistenza

Omaggio non richiesto a una band qualunque

Era l’inizio del 2003 quando, nel mio piccolo paese di provincia, un conoscente mi disse che aveva fondato un gruppo. Eravamo alla fermata della corriera che ci portava da scuola a casa. Avevo quattordici anni e non sapevo esattamente cosa fosse una band rock: non avevo mai ascoltato molta musica, per non dire nulla.

Qualche mese dopo mio cugino trascorse l’estate nel mio paese. Lui era di Trento, paragonabile a New York o Londra per me al tempo, suonava in un gruppo e portava t-shirt con dei mostri e la grande scritta: IRON MAIDEN. Lo vedevo come una sorta di marziano e quando seppe che nel mio piccolo paese c’era una band, mi trascinò nella loro sala prove − ovviamente senza invito.
Mi trovai in piena estate in una ex-stalla piena di tappetti per terra: quattro adolescenti coi capelli a caso, strumenti dozzinali e un costante odore di umidità animale che solo chi è stato in una stalla o ex tale può concepire.
Tra i quattro c’era anche il mio conoscente a petto nudo, col pallino dei Blink 182 e un aspetto a dir poco singolare. Con lui anche un chitarrista magro e pallido e un atteggiamento scostante, ma educato; un altro chitarrista che qualche anno dopo avrei visto finire in politica e poi un batterista, che cantava pure con cui avrei stretto, dopo quella sera, un’amicizia speciale.
La band suonava un rock qualunque pieno delle influenze di ogni componente, alquanto ricercate per dei quindicenni o giù di lì.
Rimasi folgorato dalla tenacia e dalla semplicità con cui affrontavano la musica e da quel momento li seguii spesso tra concerti e prove. Per dieci anni i quattro hanno continuato a suonare come se il tempo non passasse, la stanchezza non si facesse sentire e nulla cambiasse anche se in realtà sono cambiate fin troppe cose.

I loro pezzi sono diventati la colonna sonora della mia adolescenza e oltre, le loro vicende sono state argomento di confronto tra i pischelli del paese che li vedevano chi come sfigati, chi come outsider, chi, come me, un esempio.

Nel 2013 io e la mia ragazza siamo stati invitati alla cena per i due lustri di esistenza della strana band che provava tanto, registrava spesso, suonava poco e non era conosciuta per nulla. È stato un onore, dico ora, essere presente in quell’occasione perché mi sono sentito parte di quel percorso silenzioso e sottotraccia fatto dai quattro.
La loro storia è finita così come è iniziata: si sono sciolti nel silenzio così come erano nati ed esistiti.
Molti non si saranno nemmeno chiesti dove sono finiti, tutto sommato non è importante. È importante rendere loro omaggio perché, come molte altre band di cui non conosciamo l’esistenza, ci sono stati e hanno fatto sentire bene qualcuno, magari per poco, ma il necessario per esserci per sempre.

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Cultura

I vostri commenti all'articolo

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  1. Vultlarp

    Fari della mia adolescenza, rocce della mia maggiore età, lumi intermittenti dei miei vent’anni. Ho aperto a due loro concerti: mi tremano le dita a pensarci.
    Grazie per la vostra musica, Eterni Sconosciuti.
    Fa male, ma è meglio ricordarli così, con le loro stagioni ben chiare in testa e nelle orecchie; come una storia finita che ti piace ricordare. S
    tasera canticchierò “Nova” senza farmi sentire, chiedendomi perché non è brillata. Per me, comunque, sa di Fama Eterna.

    Stay rock.

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sabato 29 aprile 2017