Come and go, as you are

L’8 aprile 1994 veniva ritrovato, nella soffitta dell’autorimessa di casa sua, il corpo esanime di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, artista a tutto tondo, idolo delle folle e macchina da soldi dell’industria discografica. Aveva deciso di andarsene e il suo conseguente gesto, il suicidio, sollevò una tale quantità di dubbi e sospetti da nutrire, ancora oggi, curiosità e fantasie ai limiti del morboso. Le sue canzoni erano passate dalle radio di tutto il mondo, ogni tappa dei tour della band registrava il sold out, una generazione di giovani si riconosceva (o pensava di riconoscersi) in quei testi ambigui e dissacranti ma anche rassegnati e malinconici; aveva contribuito a portare alla ribalta sulla scena musicale anni ’90 un nuovo genere, il grunge, sporco e ruvido senza per questo dover rinunciare alla melodia. Non si era mai sentito niente di simile e, seppur breve, fu un successo clamoroso. Tutto ciò sarebbe impegnativo da gestire per chiunque; impossibile per un’anima fragile e alterata come la sua. Nel 1994 non avevo nemmeno 10 anni e, ovviamente, ignoravo Cobain e la sua musica; fu questione di poco, però, perché con l’adolescenza lo scoprissi. Mi ritrovai i poster dei Nirvana in camera, la loro discografia sempre a portata di mano, il VHS del memorabile Unplugged in New York fisso nel videoregistratore, un gruppo di amici con cui condividere dritte e aneddoti sulle varie band della scena di Seattle, provando (con risultati discutibili) a emularli in sala prove. Eravamo giovani, eravamo ingenui, non potevamo capire e afferrare pienamente ciò che veniva cantato, spesso urlato. Litigavamo per affermare la superiorità tecnica dei Soundgarden, la modernità dei brani dei Pearl Jam, la durezza degli Alice In Chains, il rumore dei Sonic Youth… l’elenco potrebbe continuare. Non avevamo, fortunatamente, quel particolare vissuto alle nostre spalle ma intuivamo dentro di noi la rabbia, la strafottenza, il rifiuto e il disincanto che, prima o poi, sapevamo avremmo sperimentato anche noi, in prima persona. Sono passati esattamente 20 anni da quel ritrovamento ed è lecito chiedersi, come per tutti i grandi artisti (possano poi piacere o meno) cos’altro avrebbero avuto da dire e come sarebbe evoluta la loro arte. Nel frattempo siamo cresciuti, i gusti si sono affinati, siamo cambiati nel bene e nel male. Oggi ascoltare casualmente un brano dei Nirvana risveglia bei ricordi fatti di sane risate, pomeriggi a strimpellare, discussioni infinite, musicassette con le nostre playlist. È la voce di una vecchia conoscenza che ora, a distanza di tempo, assume sfumature diverse e, incredibilmente, ancora ti sorprende. Sarebbe stato bello se le cose fossero andate diversamente, se il suo disagio avesse trovato un conforto diverso, se avesse avuto più forza, più coraggio o, semplicemente, più voglia. Ma così non è stato, è arrivato ed è andato via così com’era.

Cultura
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venerdì 6 ottobre 2017