Castelli di Rabbia

Alessandro Baricco

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Baricco non crea storie, ma personaggi. Poi in qualche modo li cuce insieme.

Questo ho pensato appena terminato di (ri)leggere Castelli di Rabbia, 222 pagine, Edizioni Universale Economica Feltrinelli. La prima volta che lo avevo tenuto tra le mani era stato una decina di anni fa, ma, data la mia memoria da pesce rosso, mi era rimasto vagamente in testa un’orchestra di personaggi particolari. Personaggi onirici, strani, eccentrici. Uomini e donne che l’autore inventa e poi segue.

Mi immagino Baricco quando scrive, un po’ come un detective che fa il profilo dell’assassino che sta cercando: dalle azioni ne deduce una serie di caratteristiche. Solo che in questo caso funziona esattamente al contrario: dalle caratteristiche e particolarità dei personaggi si arriva alle azioni.

E così c’è Jun – con quelle labbra impossibili da ignorare, che pensa sempre che le gambe di un uomo, quando sono belle, sono proprio belle. Il signor Rail, che parte e torna, parte e torna – come le onde del mare. E nessuno sa perché se ne vada, ma tutti sanno che riapparirà. Il vecchio Pekisch che suona l’umanofono. Già, perché secondo lui ogni individuo ha la sua nota, personale. Anzi. Non solo ce l’ha ma se la porta addirittura dentro fino al punto di diventare quella nota. Per cui quando una persona muore non muore solo lei, ma anche il mi bemolle, o il fa diesis.

E questi sono solo alcuni, Quinnipack ne è piena. Ognuno con le sue particolarità, i suoi perché. Un bel campionario di umana umanità.

E il titolo?
Beh, il titolo lo ha spiegato Baricco stesso, intervistato da Cinzia Fiori per il Corriere della Sera ormai qualche bell’anno fa. «Due sono le immagini che lo compongono: il sogno e la rabbia. L’ ho scritto  in un periodo in cui ero arrabbiato per faccende della mia vita. I castelli, invece, sono il bimbo che sogna e costruisce mondi suoi».

Cultura
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martedì 3 ottobre 2017