Artistica ossessione

Artistica ossessione

Il mondo della musica è talmente costellato da aneddoti, falsi miti e leggende metropolitane che è quasi impossibile tenerne conto. Ogni band o artista in grado di raggiungere una popolarità internazionale finisce, gioco forza, con l’essere oggetto di un’attenzione mediatica capace di imbastire connessioni logiche su legami estremamente fragili ma sufficientemente intriganti per i fan e il grande pubblico. Si tratti quasi sempre di casi fortuiti, coincidenze, verosimiglianze che solo occhi allenati possono scorgere. Per quale motivo parlarne? Per la stessa ragione per cui si celebrano le “star”: perché non è solo arte ma costume, specchio della società e dei tempi in cui viviamo; tempi in cui i personaggi pubblici incarnano i sogni, le aspettative e le speranze. Come nella più classica mitologia, dei nostri “eroi” dobbiamo sempre conoscere qualcosa in più per sentirli a noi più vicini, più simili, anche se si tratta di semplice gossip. In principio, era il 1969, furono le voci della presunta morte di Sir Paul McCartney a scatenare una clamorosa caccia all’indizio definitivo che ancora oggi non s’arresta, nonostante le innumerevoli e sbigottite smentite ufficiali da parte dell’interessato e del suo ufficio stampa. Numerosissimi, poi, gli esempi di pareidolia acustica (illusione uditiva) con tanto di messaggi subliminali, spesso satanici, percepibili soltanto ascoltando al contrario alcune vecchie registrazioni su nastro. In altri casi erano gli stessi artisti (Beatles, Led Zeppelin, Black Sabbath, …) a prendersi gioco del loro pubblico inserendo volontariamente frasi enigmatiche, ambigue e fuori contesto nei propri brani. In tutto ciò, la psichedelia lisergica della musica dei Pink Floyd non poteva che occupare una posizione di rilievo nella casistica di cui sopra. Secondo varie fonti il loro lavoro forse più famoso, The dark side of the moon (1973), sarebbe stato composto nientemeno che come colonna sonora dell’iconico film Il mago di Oz (1939). Molte le prove che avvalorerebbero tale tesi: iniziando la riproduzione dell’album esattamente dal terzo ruggito del leone della MGM, prenderebbe il via un’esperienza visiva e sonora in cui la perfetta sincronia, specie in alcuni momenti chiave, finirebbe col sollevare diversi dubbi anche ai più scettici.
Come da copione, gli stessi Pink Floyd hanno sempre smentito qualsivoglia intenzionalità rilasciando anzi, a loro volta, dichiarazioni divertite e sorprese ma nulla potendo contro la diffusione virale di quella che è ormai diventata, a tutti gli effetti, una loro meta opera: The dark side of Oz.

Che si tratti di abili macchinazioni o di semplici casualità, che si scelga la ragione o la suggestione, non resta che verificare e decidere in cosa credere. Anche questo fa parte dello show.

Cultura
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sabato 29 aprile 2017