Antonio Ligabue. Pittura del Disagio

Antonio Ligabue. Pittura del Disagio

Antonio Laccabue, detto “Al Matt”,  nasce il 18 dicembre 1899 a Zurigo, figlio di Elisabetta Costa e di Bonfiglio Laccabue. Nel 1913 vive uno dei momenti che segneranno la sua vita, la madre muore per un’intossicazione alimentare che ucciderà anche tre dei suoi fratelli. Convinto che il responsabile della morte sia suo padre, deciderà di  cambiare il proprio cognome in Ligabue. A questo punto viene affidato ad una famiglia svizzera con problemi economici che lo malnutrirà causandogli rachitismo e dandogli un aspetto sgraziato che lo accompagnerà anche da adulto.

Comincia a disegnare da piccolo, la sua forza è nel segno, forte, marcato. Viene spesso espulso da scuole ed istituti di formazione a causa della sua condotta “immorale”, che lo porta ad essere denunciato dalla madre adottiva e ad essere ricoverato per la prima volta in una clinica privata nel 1919. Viene espulso dalla Svizzera e trasferito nel paese d’origine del padre, dove a contatto con la natura e rimasto solo, comincia un percorso esplorativo nel campo dell’arte, che lo porta a “rubare” il fango dalle ruote dei trattori dei contadini e ad impastarlo con l’argilla presa dal Po per creare le sue sculture, animali in prevalenza, dalle linee nette, rudi, forti. Nel 1928 incontra Renato Marino Mazzacurati, uno dei fondatori della Scuola Romana che ne intuisce il talento e gli insegna a utilizzare i colori ad olio. Ed ecco il “genio” di Ligabue venire fuori, la sua pittura è naif, fauve, un misto di memoria e creatività, è violenta, selvaggia, semplice, disperata, spesso rappresenta belve feroci in combattimento. Si immedesima in quelle belve, cerca il suo riscatto, il riscatto di una vita difficile, senza affetti, solo con se stesso, talmente solo da inventarsi una compagna e vestirsi da donna. Il colore è solo un contorno all’essenza del suo segno, al suo tratto demarcatore, ricercatore.

Dipinge più di 300 autoritratti, il suo modo di cercarsi. La sua pittura è un bisogno, un’urgenza, l’unica cosa che gli regala momenti di pace. Nel 1937 viene ricoverato in manicomio per atti di autolesionismo e ne uscirà solo 4 anni dopo. La critica si accorge di lui, si allestiscono mostre, personali, non ha più problemi economici e lui può dedicarsi così alle sue passioni, tra cui la motocicletta che sarà causa di un incidente che, insieme ad una paresi che lo colpisce nella mente e nel fisico, lo porterà a dipingere sempre meno. Il 27 maggio del 1965, dopo 2 anni dalla paralisi, muore, perché non poteva più usare il suo braccio destro, muore perché non poteva più dipingere la propria libertà. “Dam un bès”, “dammi un bacio” era la sua frase più usata, il suo urlo disperato, la sua ricerca continua di affetto.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017