Afterhours: I giovani di oggi sono di gran lunga migliori di quelli di ieri

Da Trento sino alla catanese Zafferano Etnea. Gli Afterhours, capitanati da Manuel Agnelli, sono pronti a vivere un’estate di fuoco con 16 concerti fissati in giro per lo Stivale. Ne parliamo con Giorgio Prette, batterista della band indie rock italiana, formatasi a Milano nella seconda metà degli anni Ottanta.

Il 2 luglio sarete al Trento Summer Festival con Hai paura del buio?. Un tour che continua ad arricchirsi di nuove date e che arriva da quello primaverile sempre sold out. Ve lo aspettavate un simile risultato?
No, in questi termini no. Siamo molto gratificati e contenti. Il tour di marzo è andato oltre le aspettative. È vero che è un tour particolare perché è un evento, ma all’inizio avevamo fissato solo 10 date. L’intenzione era quella di proporre un evento irripetibile. Poi i risultati sono stati tali che ci hanno convinto a portare questo spettacolo anche in altre parti d’Italia.

Come hai detto tu Hai paura del buio? è un tour celebrativo dell’omonimo album uscito nel ’97. Un lavoro, avete sottolineato più volte, che vi cambiò la vita. È nato, infatti, in una fase di stallo, dopo che eravate rimasti improvvisamente senza casa discografica. Possiamo dire che dalle difficoltà esce sempre il meglio?
(Ride). La speranza è questa, poi dipende. Nella vita non sempre va così. Però di solito quando le cose non girano per il verso giusto si crea, anche inconsapevolmente, un’energia positiva che porta a qualcosa di bello.

Rifacendoci al titolo del tour, gli Afterhours hanno paura del buio e se la risposta è no, che cosa temono?
Beh, non posso rispondere per tutti. Per quanto mi riguarda non ho paura del buio, o almeno non più. Ciò che temo davvero è la rassegnazione.

Forse non tutti lo sanno ma la rivista americana Spin Magazine vi ha inseriti nella lista delle 100 migliori band meno note al pubblico mainistream che meritano di essere ascoltate. Qual è la vera forza degli Afterhours secondo te?
Penso il fatto di non sentirsi mai gratificati di quello che si è fatto, o meglio di godere di quello che si compie e poi di volere passare a qualcosa di diverso. Ma anche di aver sempre voluto uscire dagli schemi, che è una cosa che manca molto in Italia. Di cercare la propria particolarità, la propria personalità, cercando di estremizzarla. Di uscire dagli schemi, osare, fare delle cose che non sono convenzionali. Tutto questo ci ha permesso di ottenere dei riconoscimenti dalla stampa straniera e dagli artisti che abbiamo incontrato in questi anni; gente che ha visto di tutto e ha suonato con tutti e che ha trovato in noi qualcosa di particolare, di non prevedibile né scontato che è poi la cosa più difficile da trovare nella musica pop rock. Nessuno, infatti, inventa più niente.

Per chiudere una curiosità: tra i vostri singoli più divertenti c’è Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Rispetto a quelli del ’97 a cui vi riferivate, i giovani di oggi, a vostro avviso, sono peggiori o migliori?
Io dico che sono migliori. C’è da tenere conto poi che in 17 anni è cambiato il mondo, la comunicazione, la tecnologia. Basti pensare che quando uscì la canzone solo 1 su 10 aveva il cellulare. Bisogna ammetterlo: le nuove generazioni, proprio a livello di specie, sono molto più evolute di noi.

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giovedì 5 ottobre 2017