A pesca nelle pozze più profonde

di Paolo Cognetti

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«Che cosa si fa, mi dicevo, quando si va a pescare? Si sta da soli in riva all’acqua, che è la vita, cercando di catturare i pesci che ci nuotano dentro, che sono le storie. Da fuori l’acqua nasconde i suoi segreti, ma un bravo pescatore è in grado di capire la profondità dal poco che si vede in superficie, di pazientare mentre tutto sembra immobile e di tenersi pronto. E di combattere, quando è il momento.»

A un certo punto del suo apprendistato, Paolo Cognetti, oggi uno dei più apprezzati scrittori di racconti italiani, si mise in testa che, se voleva diventare un bravo narratore, doveva imparare a pescare. Non solo perché tutti i suoi scrittori preferiti erano pescatori, né per la misteriosa attrazione della letteratura americana verso balene, pescispada, trote e salmoni, ma perché in quel periodo immaginava la scrittura come una specie di monachesimo, e siccome ogni monaco che si rispetti ha una pratica di meditazione, la pesca sarebbe stata il suo yoga, la sua danza vorticosa, il suo tiro con l’arco, la sua preghiera.

Ogni paragrafo si presenta come un’appassionante lente di ingrandimento, che ha come compito prepagato, quello di indagare sui grandi maestri del racconto: da Alice Munro, la più grande scrittrice di racconti nell’America di fine novecento, a John Cheever, il più domestico di tutti. Da Grace Paley a Raymond Carver. Da Flannery O’ Connor a David Foster Wallace.

Tanti, i consigli dispensati con generosità, per chi vorrebbe cimentarsi nella scrittura di racconti. Il più prezioso si trova a pagina 97: «per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo».

È bello percepire come l’autore, rivolgendosi a noi come se stesse parlando di patate, riesce a fare luce, con sapienza, sul vasto e misterioso mondo del racconto. Oltretutto facendoci sentire a casa in un condominio letterario talvolta dispersivo, spesso idolatrato, imitato, calunniato. Ma probabilmente l’unico che, per mancanza di tempo, ci andrà a genio in futuro.

«Tutto quello che voglio, disse una volta Edward Hopper, è dipingere la luce del sole sul muro di una casa. Da scrittore di racconti la sposo a pieno. Come cade la luce e ci mostra il mondo, le domande nascoste dove la luce non arriva: di che altro dovrei scrivere se non di questo? [...] Come si può essere onesti verso un personaggio di fantasia? Interrogandosi, penso io. Dubitando invece che affermando.»

Sorprende il finale del libro, dove incontriamo la Sofia di Sofia si veste sempre di nero (la raccolta di racconti più famosa di Paolo Cognetti), alle prese con una nuova vita che si dispiega in quattro micro racconti inediti.

Cultura
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sabato 29 aprile 2017