Un Parlamento non parlante

Un Parlamento non parlante

Circa un anno fa, Il Sole 24 Ore scrisse nero su rosa e a caratteri cubitali un titolo che assomigliava più al “Torni a bordo, cazzo!”, intimato al comandante Schettino, che a un pacato suggerimento di stampo economico. Quel titolo era «FATE PRESTO!» e, più che ai suoi lettori, era rivolto a una classe politica e dirigente che si stava avvitando su onanismi di partito, rischiando di trascinare lo stivale nel baratro.

Sotterrata dallo spread e dai dati negativi di tutti i settori dell’economia, la Repubblica vedeva scomparire aziende e stipendi, registrava suicidi e colpi di testa, assisteva inerme al dramma psicologico che sempre accompagna una crisi economica. Da allora, un governo di tecnici ha provato a installare un guardrail sull’orlo del burrone, impedendoci di fatto di cadere di sotto, e ha “traghettato” con non poche difficoltà il paese verso nuove elezioni in cui nessuno ha vinto e nessuno ha perso. All’urlo di quel “FATE PRESTO!” il tempo a disposizione sembrava veramente poco e ogni giorno si è rivelato prezioso per proporre (o imporre) decreti “lacrime e sangue”, chiedendo pazienza e scongiurando colpi di testa.

E oggi? Su quel guardrail ci siamo affacciati e come su un belvedere siamo lì ad osservare. Lo stallo (o lo stagno) istituzionale ha pochi precedenti sui libri di storia recente, con un parlamento senza testa, ma con tante code, volti nuovi e facce già (fin troppo) viste, un Presidente della Repubblica temerario, un popolo che ha smesso di fare il tifo e a bocca aperta guarda la televisione in attesa di risposte. Mentre «il sole splendeva, non avendo altra alternativa, sul niente di nuovo», avrebbe detto Beckett.

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mercoledì 13 giugno 2018