Un paese ci vuole (II parte)

Di tutto questo, del ragazzo nordafricano e del vicino, della solitudine, del disagio sociale, dell’alcolismo, purtroppo durante la messa non si è parlato. Ma questo, in fondo, ha poca importanza perché la chiesa era davvero piena, una cosa inaspettata che ha stupito tutti e commosso molti.

Ognuno in quei momenti avrà ripensato al suo Valentino, chiedendosi se davvero non c’era più, se davvero li aveva lasciati: perché Valentino era una di quelle figure mitologiche in un paese, quelle che credi ci siano sempre state e che ci saranno per sempre.

Tante persone avevano sempre contribuito a rendere la sua vita meno difficile, chi con qualche parola di conforto, chi con qualcosa di più sostanzioso (cibo, vestiti, oggetti utili), chi difendendolo dai truffatori che approfittavano della sua ingenuità per derubarlo dei pochissimi soldi che aveva, chi cercando di limitare o fermare i suoi acquisti di vino, anche e soprattutto gli stessi commercianti, che peraltro sopportavano bonariamente i conti lasciati da pagare o le sortite in negozio in condizioni tremende.

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Ma il gesto più grande, il più misericordioso, è stato senza dubbio l’ultimo: la funzione funebre, il cuscino, il mazzo di fiori con la scritta “Ciao Valentino!”– non una semplice frase di rito bensì l’intercalare tipico con cui tutti in paese lo salutavano allegramente – e la sepoltura sono stati interamente pagati dalla comunità, che in brevissimo tempo con una colletta ha raccolto una somma considerevole. Il denaro avanzato è ben custodito e servirà per acquistare una lapide dignitosa o finanziare il restauro del portone della chiesetta della piccola frazione in cui viveva Valentino, per il quale c’è chi propone già una grande targa a suo nome. Per il momento in cimitero, sul tumulo di terra privo di lapide, c’è una bella foto a corpo intero: ritrae un Valentino allegro e sorridente, in mezzo alle piante, al sole; con il suo berretto di lana ovviamente.

Tutto questo lo ha permesso solo il buon cuore di un paese, di cittadini semplici e umili che hanno voluto omaggiare e ricordare così una persona che altrove forse non avrebbe mai ricevuto tanto calore e tanta solidarietà; una persona che in qualche modo aveva sempre dato loro tanto, anche solo ricordandoli tacitamente quanto erano fortunati e quanto dolore ti può invece riservare una vita.

Ecco perché, ha scritto Pavese, un paese ci vuole, «non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

 

Leggi anche: Un paese ci vuole (I parte)

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giovedì 27 aprile 2017