Tu chiamale se vuoi, ferie

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Il periodo della programmazione vacanze volge al termine. Ci sono stati i vacanzieri di giugno, che miravano alle tariffe fuori stagione e alle temperature poco afose. Quelli di luglio, consapevoli del rischio calura e dei bagni di gente ed i villeggianti di agosto, pronti a tutto.
E poi i vacanzieri per caso, quelli del “se per caso trovi un fine settimana appetibile in una località low cost, fammi sapere che vengo anche io”.
Questi ultimi non hanno ferie, sono i vacanzieri senza vacanza. Sono quelli con il telefonino sempre acceso, quelli del download e-mail ad ogni wifi, sono i maestri della sacra arte della sparizione silente.
Pochi sanno quando, dove e se partiranno. Ai conoscenti, ai committenti e ai possibili datori devono sempre dare l’idea che alla minima necessità, al minimo aumento del numero di ore lavoro, all’ampliamento attività: i senza ferie ci saranno.
Sono reperibili ed arruolabili, sono precari e sempre pronti. Come bravi e leggiadri guerrieri, si muovono nella penombra e organizzano la loro “non assenza” effettuando abile stretching tra i lavori accettati e accettabili.
Nella ricerca di soluzioni al problema “vado in vacanza se per caso”, c’è chi ha sognato il teletrasporto e chi ha immaginato rapimenti alieni… e poi c’è chi ha pensato ad una guida per apprendisti ninja del terzo millennio.

Due ragazze hanno creato Io viaggio da sola – Itinerari precari, una raccolta di consigli e storie di due come noi che amano viaggiare. Sono donne, hanno lavori precari e la scorsa estate hanno provato a trasformare il loro amore per i viaggi low cost in un vademecum per i naviganti del mar atipico.
I soldini per il progetto, per una volta senza co.co., li hanno raccolti grazie ad una campagna di crowdfunding. Sono adesso in rete pagine di consigli sui primi due viaggi (Breslavia − Praga − Budapest e Croazia). Come andare? Dove alloggiare? Come spostarsi? Cosa vedere?…. Quanto prelevo prima di partire?
Insomma, tra computo del budget e strategie di sparizione apparente, sembrerebbe che usare termini come relax o viaggio sia quasi inopportuno.

Nonostante tutto, i precari rimangano attaccati con un piedi agli anni ’80 e le chiamano “ferie”. Si è creata una condizione paragonabile all’attaccamento della suola della scarpa ad una gomma da masticare: i precari vanno avanti ma qualcosa li lega al passato. Questi figuri continuano senza sosta a parlare di giorni di riposo, usano termini in disuso tanto quanto la banca ore delle buste paga dei loro genitori.
Sono testardi e risoluti, sono sognatori.

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mercoledì 4 ottobre 2017